Editoriale

Discorso alla città. Gianni Borsa: la responsabilità come profilo vocazionale

gianni borsa duomo2

C’è un “chi” che accosta, e dà senso, al come, al quando e al perché. E c’è un “chi sono io”, collocato entro un “chi siamo noi”, nel Discorso alla città e alla diocesi che l’arcivescovo Delpini ha pronunciato per la patronale di Sant’Ambrogio. Ascoltandolo in basilica, rileggendolo nelle pagine di Tocca a noi, tutti insieme, mi sono dapprima soffermato sulla sottolineatura dell’“emergenza spirituale”, poi sull’appello a far fronte, insieme, al grande male dell’individualismo, “fattore di frantumazione” sociale, che si somma – moltiplicandone gli effetti – al disastro della pandemia.

Ma riprendendo in mano il testo dell’arcivescovo, vi ho trovato un forte riferimento alla coscienza personale e collettiva, un interrogativo volto a stanare un “essere” prima che indicare un “fare”. Quasi fossimo invitati da mons. Delpini a svelare quel noi che è chiamato in causa. Tema sul quale, mi pare, l’arcivescovo più e più volte è tornato in questi anni, con i suoi garbati, motivati, insistenti richiami alla preghiera, alla ricerca del silenzio, all’uscire da noi stessi per vedere, con occhi nuovi, gli altri e l’Altro. Anche i “Kaire delle 20.32”, con quel voluto stile familiare, possono essere letti sotto questa luce…

Così, delle parole risuonate in Sant’Ambrogio, tra le innumerevoli sollecitazioni (la responsabilità di una visione, il dare volto a percorsi condivisi, il compito dell’educazione, la costruzione di una comunità plurale), mi tornano alla mente quelle dell’“elogio di chi rimane al proprio posto” e quelle finali, volte a ringraziare “chi si fa avanti”.

“Vorrei riconoscermi nel popolo delle donne e degli uomini di buona volontà, di quelli che sono rimasti al loro posto, che hanno sentito in questo momento la responsabilità di far fronte comune, di moltiplicare l’impegno. […] Grazie a loro la città funziona anche sotto la pressione della pandemia. Rimangono dove sono, come una scelta ovvia; affrontano fatiche più logoranti del solito, come una conseguenza naturale della loro responsabilità. Rimangono al loro posto e fanno andare avanti il mondo”.

Nei tratti identitari, nell’“essere” di coloro che stanno al proprio posto, non c’è la pretesa di fare notizia, non l’attesa di riconoscimenti; non si perdono in chiacchiere banali, che semmai rifuggono; interpretano il senso di responsabilità come profilo vocazionale: chiamati anzitutto ad essere, e dunque – ambrosianamente – a fare. Neppure pretendono che gli altri si espongano, condizionando il proprio esserci a quello altrui. Risuona, qui, il Mazzolari di Impegno con Cristo: “Ci impegniamo noi e non gli altri, unicamente noi e non gli altri… Ci impegniamo senza pretendere che altri s’impegnino con noi o per suo conto, come noi o in altro modo. Ci impegniamo senza giudicare chi non s’impegna, senza accusare chi non s’impegna, senza condannare chi non s’impegna… senza disimpegnarci perché altri non s’impegnano”. Nessun alibi, dunque.

Nella conclusione del discorso Delpini specifica e rilancia: “Voglio ringraziare, elogiare e incoraggiare quelli che si fanno avanti. Quelli che si fanno avanti e dicono: ‘Eccomi! Tocca a me!’”. In quell’“eccomi” c’è tutto se stessi, come nel “sì” di Maria, che si riconosce, si interpreta, si colloca in relazione al Signore e in relazione agli altri. Nei momenti – come quelli che stiamo attraversando – di smarrimento e fatica, va accolto e moltiplicato un messaggio di fiducia, e si può riscoprire – nel “tocca a me” che genera un “noi” – il senso del futuro. “Voglio ringraziare coloro che si fanno avanti […] e dicono: ‘Tocca a noi, eccoci!’”. Tocca ciascuno – in ragione dei propri “talenti”, della propria situazione di vita e di una chiamata – comprendere come e quando restare e farsi avanti, in famiglia, nella società, sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nella comunità ecclesiale. Per ciascuno c’è l’opportunità di un “eccomi”.

 

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