Editoriale

Don Cristiano Passoni sull’Enciclica “Fratelli Tutti”

don Cristiano Passoni

Fraternità come santità

L’inizio e la fine, la porta di ingresso e la soglia di uscita. Certo, non fanno tutto il discorso, ma si tratta sempre di due punti di accesso importanti. La porta di ingresso di un testo lo rende interessante e  il suo finale contiene il saluto con il quale esso vuole essere ricordato e ciascuno di noi lo porterà in qualche modo con sé. Ci sono, certo, molteplici punti di accesso a questa nuova enciclica di Papa Francesco – Fratelli tutti – , la terza del suo pontificato, ma questa delle soglie è un primissimo indubitabile varco. Il tratto che unifica questa doppia soglia è quello della santità. È, infatti, dalla santità di Francesco di Assisi che prende ispirazione e avvio il discorso ed è da quella altrettanto singolarissima ed intensa di Charles di Foucauld che si concretizza il congedo.

Del primo, papa Francesco raccoglie una modalità di saluto che non solo dà il titolo all’enciclica, ma apre un diverso sguardo sul mondo. Fratelli tutti, infatti, è il modo col quale  Francesco di Assisi si rivolgeva «a tutti i fratelli e le sorelle» per «proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo». Il Poverello lo aveva imparato, non senza fatica, nella sua giovinezza in un incontro ripugnante, poi tramutatosi in dolcezza. Nel suo Testamento lo ricorda con toni luminosissimi, commoventi, come qualcosa che si è impresso nel suo vissuto per cambiarlo dall’interno, per sempre. «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo». Fratello chiama se stesso alla fine, ma questa consapevolezza l’aveva maturata per grazia, nell’incontro con i lebbrosi. L’inamabile, lo scarto, l’avanzo ingombrante era diventato per lui uno sguardo nuovo, impensabile, sugli uomini. Non c’erano più per lui vicini e lontani, amici e uomini ai bordi delle strade da dimenticare: c’erano, invece, dei fratelli da riconoscere, ovunque e comunque fossero. Così in una delle rare sue lettere che ci sono conservate scriveva: «non aspettarti da loro altro, se non ciò che il Signore ti darà. E in questo amali, e non pretendere che siano cristiani migliori». È lo stesso sguardo del Samaritano cui richiama papa Francesco nel secondo capitolo della lettera, «nell’intento di cercare una luce in mezzo a ciò che stiamo vivendo, e prima di impostare alcune linee di azione».

Del secondo, Charles de Foucauld, Papa Francesco parla sulla soglia d’uscita. «Egli andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano. In quel contesto esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello». Come il Poverello di Assisi, Charles ha trovato tra le sabbie sperdute del deserto uomini e donne cui annunciare e vivere il Vangelo della fraternità. Dal cuore del Sahara nel 1904 scriveva: «Lavorare all’insediamento della fraternità sulla terra, cercare di far regnare un po’ quaggiù questo amore, questa fraternità che il CUORE di GESÙ vi ha portato dal cielo, e del quale la sua bocca, per prima, ha parlato».

Tra la soglia d’ingresso e la porta di uscita v’è tutto quanto potremo leggere attorno alla fraternità e le sue sfide oggi. Come una felice scuola di santità.

don Cristiano Passoni, assistente generale Azione Cattolica ambrosiana

 

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