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Fabio Pizzul – Perché la politica non ha più bisogno dei cattolici

Fabio Pizzul - libro

Il nuovo libro di Fabio Pizzul, con un titolo volutamente provocatorio, contiene pagine ricche di spunti e sollecitazioni dove l’autore si chiede: quanto contano oggi i cattolici in politica? Quanto conta la politica per i cattolici? A colloquio con l’autore.

Tra cattolici e politica il rapporto non è mai stato facile. Per le Edizioni Terra Santa è in uscita Perché la politica non ha più bisogno dei cattolici di Fabio Pizzul, giornalista, eletto nel Consiglio regionale della Lombardia, già presidente dell’Azione Cattolica milanese dal 2002 al 2008. Oggi, più che nel passato, il mondo cattolico sembra essere terreno fertile per le incursioni di uomini di potere pronti a strumentalizzazioni con l’obiettivo di trascinarlo su posizioni lontane dal Vangelo. Sempre più diffusa è l’idea che manchi un contributo effettivo dei cattolici alla vita politica italiana, al punto che qualcuno coltiva nostalgie di un partito cattolico. In questo contesto è nato questo libro «su sollecitazione – dice Fabio Pizzul –  della casa editrice Terra Santa, tramite la redattrice Roberta Russo. Dopo alcuni anni ci siamo rivisti e mi ha avanzato l’ipotesi di scrivere un libro sui cattolici in politica con un titolo che mi è stato proposto, ma che ho accettato di buon grado perché provocatorio»

D. Un libro frutto della sua esperienza in politica?  «E’ ovvio che questo libro porta con sé, dal punto di vista dell’impegno politico dei cattolici, un po’ della mia professione giornalistica, ma anche la mia esperienza politica. C’è dentro tutto, anche il percorso fatto in questi anni, senza la pretesa di raccontare esperienze personali. Di autobiografico c’è bene poco! E’ un tentativo di analizzare il rapporto tra cattolici e politica con un taglio giornalistico e con l’attenzione di chi in politica c’è dentro da una decina di anni»

D. Se storicamente il rapporto cattolici e politica è sempre stato problematico, le chiedo se è possibile affrontarlo?  «Il mondo cattolico e la politica hanno sempre avuto un rapporto molto problematico. Storicamente sin dall’Unità d’Italia, nonostante i cattolici, compresa tutta la fase di inizio ‘900 dove i cattolici  guardavano con grande sospetto alla politica. Il paradosso è che la stessa dottrina sociale della Chiesa era molto più avanzata rispetto alla politica italiana. Pur avendo un forte stimolo dalle gerarchie, i cattolici riuscivano difficilmente a riconciliarsi con la politica. C’è stato un periodo in cui si è verificata una sorta di coincidenza tra quelli che erano gli interessi e la passione del mondo cattolico e la democrazia ed è stato il periodo fecondo del secondo dopo guerra quando è nata la Costituzione e la Democrazia Cristiana, che non è mai stato un partito cattolico in senso proprio del termine, bensì un partito di cattolici di diverse ispirazioni e interclassista»

D. Come si dipana la matassa?  «Credo che fare politica in quanto cattolici, o con la pretesa di evangelizzare la politica, non sia una strada battibile e feconda. Nel libro provo a ragionare sul fatto che i cattolici possano essere ancora utili alla politica a certe condizioni. Non semplicemente dal fatto di essere cattolici, ma portando una loro originalità. Il tema è capire se c’è ancora questa originalità all’interno dell’esperienza del mondo cattolico o  non rischiamo di averla più proclamata che vissuta? Quando proclami, sia i valori che le appartenenze, senza riuscire a viverle in maniera originale, si rischia di non servire più, di non dare un contributo positivo»

D. Le giro la domanda. C’è, o potrebbe esserci tra i cattolici, questa originalità?  «Credo che a livello di vissuto delle comunità cristiane ed ecclesiale, ci siano enormi potenzialità sviluppate e sollecitate dal magistero di papa Francesco, specie negli ultimi anni. Penso all’enciclica Laudato sì che ha dato una sferzata notevole alla dottrina sociale e al mondo cattolico. Il tema è quello che papa Francesco affrontava nel convegno ecclesiale di Firenze quando, ribadendo l’impianto di ciò che aveva scritto nell’Evangelii gaudium, diceva, ai vescovi e all’intera comunità ecclesiale, «adesso tocca a voi essere originali e dare il vostro contributo per il bene dell’Italia intera». Il tema è proprio questo! I contenuti e le potenzialità ci sono. Porre in atto, concretizzare queste potenzialità dipende molto dalla qualità, non dico dei politici cristiani, ma dalla comunità cristiana»

D. Non crede che il rapporto problematico tra cattolici e politica debba interpellare le comunità parrocchiali e le gerarchie?   «Il rapporto Chiesa e mondo è un tema che, basta leggere alcuni passaggi del Concilio (Lumen gentium e Gaudium et spes) per dire che è sempre un rapporto dialettico. Nel momento in cui si tenta di arrivare a un accomodamento, ad un versione rassicurante di questo rapporto Chiesa-mondo o cattolici e politica, si rischia di tradire quello che è la vocazione autentica. Non solo del politico cattolico, ma del cristiano più in generale. Ben venga il fatto di avere un rapporto problematico tra politica e cattolici, purché non si trasformi in abbandono della politica perché si cercano più rassicuranti lidi devozionali o di rifugio nelle sacrestie o nel calduccio, ammesso che possa esserci ancora nelle comunità cristiane, ma una rinnovata voglia di interrogarsi a vicenda tra mondo ecclesiale e mondo politico. Certamente bisogna avere dei linguaggi comuni e una voglia di mettere al centro la persona sulla quale ci si può ragionare. Se le logiche sono altre, cioè quello di difendere interessi, abbiamo visto quanti problemi ha creato una stagione dove la Chiesa italiana ha scelto, anche attraverso il suo episcopato, più la difesa degli interessi della Chiesa che promuovere i valori e, se vogliamo, una presenza critica della Chiesa nella politica»

D. Perché l’ostentazione dei simboli cristiani, più della dottrina sociale, crea consenso?  «Il tema dell’utilizzo dei simboli cristiani per la cultura e la società italiana è sempre stato molto rassicurante. Soprattutto in una fase difficile del nostro Paese. Penso al secondo dopo guerra dove la Chiesa ha dato dei solidi punti di riferimento che hanno permesso di guidare e promuovere una ricostruzione, non solo materiale ma anche culturale, etica e spirituale del Paese. Sono riferimenti molto rassicuranti e determinanti perché sono parte della radice, della tradizione culturale italiana e politica. Quando diventano ostentati rassicurano, ma rischiano di allontanarsi proprio da quella originalità cristiana necessaria per dare un contributo reale alla nostra società e alla politica»

D. Come ci si deve muovere?  «Ostentando simboli cristiani posso anche prendere dei voti, ma questa è una strada che mi porta a far si che davvero i valori, i passi necessari per realizzare il messaggio evangelico entrino all’interno della politica? Secondo me la contraddizione è che l’ostentazione rassicura ma il cristianesimo, che appartiene al Vangelo – papa Francesco lo ricorda spesso – non è una religione o una fede rassicurante, ma una fede che deve inquietarti e chiamarti alla conversione. Ostentare i simboli può essere utile perché rassicura, ma se il cristianesimo si limita a rassicurare non è qualcosa di compatibile o in linea con il Vangelo. Forse darà qualche messaggio»

D. Quindi?   «Rispondo con una domanda. Servono dei cristiani che si limitano a rassicurare e con l’idea di utilizzare i simboli cristiani che rassicurano e tengono tutto buono, o servono piuttosto cristiani che inquietino, che facciano domande e che suscitino dei cambiamenti?»

Silvio Mengotto

Settembre ’20

 

 

 

F. Pizzul, perché la politica non ha più bisogno dei cattolici La democrazia dopo il Covid-19, Edit. Terra Santa, 2020, Euro 14.90

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