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Il Venerdì Santo: la comunione nella debolezza

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“Io dubito che stiamo veramente creando dei legami, nel senso di raggiungere la pienezza dell’umanità, in cui le persone possono entrare nel nostro cuore e noi possiamo aprire il nostro cuore agli altri. E’ questo ciò che conta nella vita. Vivere significa essere in comunione con gli altri e con Dio.

Ci sentiamo particolarmente vivi quando siamo solidali con altre persone. Solidarietà significa avvicinarsi a una particolare comunità non perché siamo in grado di portarle una forza che altri non hanno, né perché le doniamo chissà quali ricchezza, e neppure perché possiamo offrirle qualcosa che le mancava. Solidarietà significa andare agli altri condividendo la loro condizione di bisogno. Portiamo i nostri bisogni ai loro bisogni. Portiamo le nostre paure alle loro paure. (…) Li avviciniamo non da una posizione di superiorità ma dalla comunione nella debolezza.

Come Gesù discese agli inferi da morto, prima di risorgere, così noi possiamo spezzare l’isolamento delle persone vivendo nella solidarietà senza pretendere di essere più vivi degli altri, ma ammettendo di essere morti quanto loro. (…) I morti vanno dai morti e ne risulta una esplosione di vita. (..) Questa è la solidarietà.

La vera comunità nasce quando le persone sono disposte ad aiutarsi a vicenda a rompere gli isolamenti che le separano, a visitare le dimore dei morti per ripristinare la comunicazione e la vita.”

(L.A.G. TAGLE, Gente di Pasqua, Ed. Emi, p.75- 78)

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