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Miriam Ambrosini: Così lavoriamo per la serenità dei bambini in Iraq

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Miriam Ambrosini, ex vicepresidente del settore Giovani dell’Azione cattolica ambrosiana, è a capo della missione dell’ong Terre des Hommes nel Paese del Golfo che attende la visita del Papa e dove sono ancora aperte le ferite delle violenze dell’Isis.

di Paolo Rappellino

Iraq è una terra che non conosce pace: dopo il conflitto con l’Iran di Khomeini degli anni Ottanta, nel Paese sono state combattute le due Guerre del Golfo con l’intervento armato degli Usa contro il regime di Saddam Hussein, cui è seguita la “guerra civile” e, dal 2014 al 2017, l’Isis ha occupato quasi metà del territorio e provocato sei milioni di profughi interni. Oggi la situazione è ufficialmente “di pace” ma il quadro politico è instabile, le tensioni etniche continuano a ribollire, la disoccupazione dilaga e quasi metà della popolazione, nonostante i proventi del petrolio, vive sotto la soglia di povertà, in particolare i bambini. È anche per questo che il primo viaggio di papa Francesco dopo l’isolamento del Covid è programmato in Iraq: uno dei punti caldi del mondo dove c’è bisogno di fraternità umana. 

Tra le vittime del conflitto

Ed è in questo quadro che da un lustro lavora in prima linea Miriam Ambrosini, la capo missione nel Paese del Golfo per la ong Terre des Hommes, l’organizzazione internazionale per l’aiuto all’infanzia fondata nel 1960 a Losanna dall’attivista Edmond Kaiser. A soli 32 anni, la cooperante d’origine milanese è a capo di tutti i progetti d’intervento in Iraq e coordina più di 500 collaboratori. «Solo in quattro proveniamo dall’estero, tutti gli altri sono operatori locali», spiega. «Siamo presenti nel Kurdistan iracheno nei campi profughi della zona di Mosul, nella capitale Baghdad, a Bassora e nella regione di Anbar, al confine con la Siria e la Giordania».
«Lavoriamo soprattutto con i minori vittime del conflitto siriano che sono profughi in Iraq e con quelli che pagano le conseguenze del conflitto dell’Isis contro l’Iraq», spiega Ambrosini. «Interveniamo nelle città o nei campi d’accoglienza dove ancora ci sono sfollati e forniamo servizi sociali, supporto psicologico, attività ricreative. Abbiamo poi una piccola attività per i bambini disabili».
Con un finanziamento della Cooperazione dello Stato italiano, l’ong è impegnata nell’aiutare gli adolescenti a trovare lavoro: «Li stiamo inserendo in aziende che fanno delivery (la consegna a domicilio di cibo), un settore che sta decollando anche qui». Tutti interventi che cercano di portare un po’ di “normalità” e la serenità in un Paese ancora lacerato.miriam4
L’Iraq corrisponde a quel territorio tra i fiumi Tigri ed Eufrate che sui libri di storia è chiamato Mesopotamia. Quella che fu la “culla della civiltà” oggi è un’area dagli equilibri complessi e precari: la stragrande maggioranza della popolazione è musulmana, ma appartiene a due tradizioni differenti: circa sei iracheni su dieci sono sciiti e oltre tre su dieci sunniti, divisi non solo per questioni dottrinali ma anche per le vicende politiche degli ultimi quarant’anni, poiché Saddam Hussein aveva favorito i sunniti in chiave anti-Iran. Sunniti sono anche i curdi, un’etnia storicamente presente nella zona a nord-est e anche oltre confine, il Kurdistan, che però Saddam aveva perseguitato.

Una terra martoriata

Nonostante quello che si dice in Occidente, «l’Isis non è realmente sconfitto, ci sono cellule ancora attive in alcune zone», avverte la cooperante. L’organizzazione terroristica aveva invaso il Paese non solo con forze esterne ma contava molti affiliati iracheni.
«Per tanti aspetti è stata una guerra civile ed è mancato un percorso di rappacificazione. Quindi permangono tensioni, non solo tra sunniti e sciiti ma anche all’interno degli stessi sunniti: lo scontro oggi è tra tribù e famiglie accusate di avere avuto nella propria cerchia dei combattenti dell’Isis e famiglie che hanno perso parenti. Per questo è complicato chiudere i campi degli sfollati interni, perché molti non possono rientrare nelle comunità d’origine».

iraqmiriam2Il quartier generale di Terre des Hommes dove lavora Ambrosini si trova a Erbil, nel Kurdistan. La città è inserita tra le tappe della visita di Francesco annunciata nei giorni scorsi e fissata dal 5 all’8 marzo.  «Per ora la notizia della visita del Papa non è molto circolata, ma per i cristiani è senza dubbio una bella notizia», spiega Ambrosini. Nel Paese è infatti presente una piccola ma significativa minoranza di cattolici di rito caldeo, il cui numero negli ultimi vent’anni è calato drammaticamente da più di un milione a solo 300-400 mila: molti sono fuggiti all’estero riuscendo a ottenere più facilmente i visti d’ingresso. «Qui musulmani e cristiani sono sempre andati d’accordo», tiene a precisare Ambrosini. «Gli sciiti che hanno preso il potere dopo il 2003 se la sono presa con tutti i gruppi che erano difesi da Saddam, tra questi, appunto, i cristiani. Ma il problema è politico, non religioso».

Un sogno realizzato

miriam2Cresciuta in una famiglia aperta al mondo e alla solidarietà (il papà, Maurizio, è un docente universitario esperto di sociologia delle migrazioni, la mamma, Alessandra, lavora alla Caritas), Miriam ha frequentato l’Azione cattolica, dove è stata vicepresidente diocesana del settore giovani, e fin da bambina sognava una professione nella cooperazione internazionale: «In quinta elementare ho fatto la mia tesina sulla Romania, perché volevo conoscere questo Paese sfortunato; in terza media l’ho fatta sulla Tanzania. A 17 anni ho convinto i miei genitori a farmi partire con i “Cantieri della solidarietà” della Caritas anche se ero minorenne. Per fare questo lavoro ho frequentato il Liceo delle scienze sociali e mi sono laureata in Scienze politiche con indirizzo in cooperazione internazionale».
Terminati gli studi, Miriam ha iniziato a lavorare con Aibi – Amici dei bambini, in Italia e in Mongolia, e poi è passata a Terre des Hommes per la quale dal 2015 è in Iraq.
Una scelta di vita radicale, lontana dagli affetti e in un contesto pericoloso. «Ma non c’è niente di eroico», si schermisce la cooperante. «La mia formazione mi ha insegnato che la questione è fare il proprio dovere nelle responsabilità che si hanno. Lavorare qui non è più eroico di quanto lo sia in Italia fare il maestro, l’infermiere o l’ingegnere. Ciò che conta è perché lo fai: anche il cooperante può pensare solo a fare soldi». Ma qualcosa manca a Miriam? «Non avere una vita al di fuori dello schema casa-lavoro. Erbil è una piccola città di provincia, più sicura e “normale” di quanto si possa immaginare: ci sono il centro commerciale e, prima del Covid, il cinema, ma non molto altro. Gli espatriati sono tanti, ma quasi tutti rimangono in missione un anno: è difficile instaurare amicizie di lunga durata». Però le soddisfazioni non mancano: «Quando vediamo che i nostri progetti incidono e migliorano la vita dei bambini o permettono ai ragazzi di lavorare e mantenersi sentiamo di aver fatto qualcosa di buono». E di qualcosa di buono l’Iraq ha molto bisogno. 

L’articolo è tratto dal settimanale Credere n. 51/2020, in edicola dal 17 dicembre 2020  

1 commento

  • Un grazie grande e sincero pe quanto opera Miriam in un paese che è stato martoriato per anni dalle guerre. Le auguro che il nuovo anno ormai alle porte possa portare la tanto agognata pace in Iraq e nei cuori di tutti.

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