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Una “nuova cristianità”? Più evangelica e più autentica

alba sole cielo

Ciclicamente si torna a discutere – in maniera approfondita o meno – sul ruolo della Chiesa Cattolica nel mondo occidentale, sulla sua presunta crisi irreversibile, sul declino che il Cristianesimo sembra stia attraversando nello spazio pubblico. Il dibattito nato nelle ultime settimane sulle colonne del “Corriere della Sera”, ad esempio, è emblematico sotto questo punto di vista (articolo di E. Galli della Loggia del 30 dicembre 2020 e successiva risposta di mons. Bruno Forte il 3 gennaio 2021).

Quanto è stato scritto sulle pagine del Corriere interroga nel profondo le coscienze dei credenti e ha il merito di ridestarli dal loro torpore.

Il punto di partenza: il contesto europeo

Che il cattolicesimo in Europa non stia vivendo uno dei suoi momenti migliori crediamo sia evidente, ma non per questo la Chiesa è passiva di fronte alle trasformazioni della società, “alle sue gioie e speranze, alle sue tristezze e alle sue angosce”. Colpisce, in particolare, la diffusione fra le giovani generazioni di una sostanziale indifferenza alla trascendenza, l’ossessivo ripiegamento su se stesse di larghe frange della popolazione, sul proprio esclusivo benessere individuale e la ricerca di appagamenti materiali sempre maggiori. La crisi sanitaria che ci ha colpito in questi mesi è lo specchio più chiaro di questa condizione: neanche di fronte alla morte, alle fragilità più consistenti e pressanti, ci fermiamo a riflettere e a discernere su quanto sta avvenendo. Vogliamo ripartire a tutti i costi, riprendere da dove ci hanno interrotto, senza fare i conti responsabilmente con modelli di vita e di sviluppo fallimentari, che non faranno altro che aggravare ulteriormente la situazione. Il consumismo e l’individualismo stanno anestetizzando buona parte dei nostri cervelli, il nostro modo di pensare, le nostre riflessioni e la nostra comune umanità. Non riusciamo più a immaginare qualcosa di grande, a guardare oltre la nostra stretta cerchia, oltre i nostri problemi, a pensare come “fratelli e sorelle tutti”, ad essere una “comunità di destino”.

 La Chiesa di fronte alla novità del Concilio

Viviamo poi, nel tessuto ecclesiale, una fase di transizione, cominciata con ogni probabilità negli anni Sessanta, al termine del più grande evento che ha caratterizzato la storia della cristianità nel XX secolo: il Concilio Ecumenico Vaticano II.

L’indimenticato cardinale Capovilla, nel descrivere l’assemblea conciliare e la sua ricezione, utilizzava la frase giovannea[1] “tantum aurora est”: siamo appena all’aurora! Siamo, cioè, agli inizi dell’evangelizzazione, non siamo ancora cristiani!

Il cammino, infatti, dopo venti secoli, è appena cominciato, il Concilio e le sue novità devono ancora essere ben conosciute e applicate all’interno del vissuto e delle comunità ecclesiali, nonostante gli anni trascorsi. È questa, a nostro avviso, la lente attraverso cui guardare oggi al presente e al futuro della Chiesa Cattolica in Italia, in Europa, nel Mondo.

Lo sguardo da avere è pieno di speranza e di gioia verso la vita, sereno e convinto allo stesso tempo, così come papa Francesco indica a tutti fin dagli inizi del pontificato.

Il Concilio e i suoi documenti hanno bandito l’integrismo come atteggiamento che pretende di derivare direttamente dalla fede – senza nessun tipo di mediazioni culturali o partitiche – i contenuti e i modi dell’azione politica, riconoscendo nello stesso tempo una sfera pubblica di confronto con tutte le posizioni e le idee, anche quelle più distanti. Una rivoluzione copernicana rispetto ai secoli precedenti. La “fine della cristianità”, se così possiamo dire, è stata incoraggiata – come giustamente ha rilevato mons. Bruno Forte nell’articolo sul Corriere – dalla stessa “visione spirituale e religiosa” (il primato della coscienza e la riscoperta della centralità dell’annuncio di Cristo) che il Concilio ha promosso; in questa visione plurale e complessa – non complicata – della realtà sono sempre stati ribaditi l’importanza e il ruolo della democrazia e dello Stato moderno, riconosciuto nella sua autonomia e nella sua indipendenza e allo stesso tempo chiamato a riconoscere anche il ruolo della Chiesa, in un contesto di reciproca collaborazione.

Generare processi e percorsi di discernimento

Il tema della democrazia interna alla Chiesa, invece, non può essere oggetto prevalente di analisi o discussioni, semplicemente perché il problema non sussiste; la questione riguarda la sinodalità e la collegialità fra i membri della gerarchia e parallelamente fra gerarchia e popolo di Dio.

Anche il ruolo delle donne può essere letto in maniera strumentale: la Chiesa, nonostante tutto, sta compiendo passi decisi verso un maggior coinvolgimento a tutti i livelli di figure femminili. In questi decenni si è camminato e si potrà procedere ancora molto nei prossimi anni.

Aprire spazi di confronto e di dibattito intraecclesiale è tra i processi più importanti che il papato di Francesco ha generato; i laici cristiani hanno oggi più di ieri l’opportunità di potersi esprimere, l’autorizzazione a pensare con la propria testa, facendo valere le proprie ragioni e posizioni all’interno dell’agorà. L’Azione Cattolica è da sempre impegnata su questo versante; come ha efficacemente indicato il presidente nazionale Matteo Truffelli “all’associazione spetta il compito, non meno impegnativo e complesso, di favorire lo sviluppo di quei percorsi di discernimento, di dialogo e confronto di cui avvertiamo tanto la necessità, innescandoli quando occorre, accompagnandoli e sostenendoli sempre, alimentandoli con idee e criteri di giudizio, pur avendo la consapevolezza di non poterne predeterminare l’esito”[2].

Ancora una volta, partendo dagli insegnamenti del Concilio, ci viene mostrato con chiarezza il metodo attraverso cui il Cristianesimo possa ancora trovare spazio nel dibattito pubblico e culturale del nostro Continente (e non solo): quello della Gaudium et spes, la capacità cioè di “mediazione culturale”. Il prof. Lazzati, costituente e rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ne ha dato in passato una bella definizione: “La mediazione culturale non vuole dire diminuzione, bensì pienezza di cultura autentica in cui non si perda affatto la propria identità di cristiani, ma si sia capaci di capire i valori umani e di vedere come essi si possono realizzare gradualmente. […] Mediazione culturale significa avere la forza di non perdere la fiducia di arrivare al fine, ma di lavorare poco a poco, per guadagnare giorno per giorno un passettino: questo significa far maturare il seme!”[3].

 Una nuova cristianità per la società odierna

La “pastorale rivolta alle grandi questioni mondiali”, spesso attaccata e demonizzata dai detrattori di papa Francesco, nasce direttamente dall’esortazione di Gesù ai suoi discepoli: “Andate ed evangelizzate il mondo!” perché è lo stesso Vangelo a chiedere di interessarsi dell’umanità e dei suoi problemi, delle sue fragilità e delle sue povertà.

La mediazione culturale necessita uno stile di vita e un modo d’essere che si dimostrino capaci di realizzare nella propria esistenza il valore che si vuole affermare, proponendosi di farlo diventare a poco a poco stile di comportamento universale per tutti, senza retaggi antiquati o anacronistiche posizioni di potere. Questo ragionamento vale ancora di più in una società secolarizzata e plurale come la nostra, dove la partita è ancora aperta, nulla è perduto ed è il momento giusto per rinnovare, lasciando cadere il superfluo e “trattenendo davvero quello che vale”.

Papa Francesco ripete spesso che il nostro compito è raccogliere, esprimere le attese, i desideri, le gioie e i drammi del nostro tempo, offrendo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà degli elementi utili per una lettura della realtà alla luce del Vangelo. L’occhio del cristiano deve essere allenato, attento e capace di cogliere il positivo in tutto; il discernimento, strumento fondamentale in questo cammino, è cogliere la presenza del Signore anche nella gradualità della sua manifestazione, in una situazione complicata, in un contesto che non sembra sorridere.

Un occhio così educato deve saper riconoscere “la presenza di Dio nella realtà umana e culturale, negli avvenimenti, nella sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori, nei contesti sociali, spirituali e culturali”[4]. Il male esistente, la crisi, le situazioni negative devono essere ribaltate attraverso lo sguardo buono e pieno di speranza sul mondo e su chi lo abita.

Come fare? In maniera piuttosto paradossale, la Chiesa deve essere come il “lievito nella pasta” (Mt 13, 33): la fede, cioè, incide efficacemente sulla realtà storica, nelle sue molteplici dimensioni, animandone le diverse dinamiche, secondo un modello di umile – ma fecondo – nascondimento (scomparendo e divenendo fino in fondo storia degli uomini e delle donne del nostro tempo).

Forse che il declino e la crisi che alcuni osservatori descrivono altro non sia che l’inizio di “una nuova cristianità”, più evangelica, più semplice, più autentica?

Gianni Borsa, Presidente diocesano Azione Cattolica ambrosiana

Alberto Ratti, Membro del Centro Studi dell’Azione Cattolica italiana

 

[1] (Giovanni XXIII, Gaudet mater Ecclesia, discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962.)

[2] (M. Truffelli, La P maiuscola. Fare politica sotto le parti, Editrice AVE, Roma 2018, p. 59.)

[3] (C. M. Martini e G. Lazzati, In politica da cristiani. Coscienza contemplativa e azione civile, ed. In Dialogo, Milano 2011, p. 48.)

[4] (A. Spadaro, Da laboratorio di idee a redazione di frontiera, in Vita e Pensiero, https://rivista.vitaepensiero.it/news-dallarchivio-quale-destino-per-le-riviste-culturali-5428.html)

2 Commenti

  • “Il tema della democrazia interna alla Chiesa, invece, non può essere oggetto prevalente di analisi o discussioni, semplicemente perché il problema non sussiste; la questione riguarda la sinodalità e la collegialità fra i membri della gerarchia e parallelamente fra gerarchia e popolo di Dio”.

    Se non ho capito male, se ne deduce che il metodo democratico non sia funzionale alla collegialità e alla sinodalità. Volete forse dire che l’attuale modello gerarchico-monarchico è più sinodale? Allora cambiamo anche l’AC: facciamo che tutte le cariche siano conferite dall’alto: il Vescovo nomina il presidente diocesano, che nomina i responsabili diocesani, che nominano quelli di zona e via via. Se infatti la democrazia è contraria alla sinodalità, l’AC deve scegliere la sinodalità, perchè questa è la natura della Chiesa. A me invece sembra che più democrazia nella Chiesa, non ovunque, ma nei punti giusti, aiuterebbe a renderla più sinodale, perché meno verticistica, quindi meno clericale, più paziente nel discernimento del sensus fidei fidelium, più espressiva di rapporti fraterni, più capace di valorizzare i carismi presenti in ogni battezzato, anche senza clergy.

  • Ciao Matteo e grazie per la tua osservazione e le tue domande.
    Nel rispondere alla riflessione di Galli della Loggia, sottolineiamo come il richiamo alla democrazia – così come da lui evocata – sia strumentale per attaccare papa Francesco. Il nostro intento è quello di allargare lo sguardo, non soffermandosi tanto sul metodo democratico inteso come mera “questione di voti” o affermazione di una maggioranza a discapito di una minoranza – peraltro già esistente in alcune realtà e decisioni ecclesiali – ma come processo di ascolto, di discussione, di dibattito, di coinvolgimento e successivamente di scelta. Confrontarsi, parlare liberamente senza paura di essere “scomunicati” o condannati, esprimere una propria posizione è il “metodo” virtuoso, che occorre promuovere tanto nella realtà civile quanto nella Chiesa.

    Il metodo conciliare proposto nella Gaudium et spes – la mediazione culturale – è in questo senso “sinodale” e altamente innovativo, perché impone di fermarsi e di mettersi in gioco, di non aver la pretesa che la propria posizione sia quella più giusta e corretta, ma che ognuno possa essere portatore di un briciolo di verità. Nel nostro articolo evidenziamo come talvolta sia ancora difficile all’interno della Chiesa far proprio il messaggio del Concilio, figuriamoci nel rapporto con il mondo… L’esercizio a cui siamo tutti chiamati (laici e laiche), e su cui il pontificato di Francesco ha acceso i riflettori, è quello del pensiero e della riflessione, senza aspettare “via libera” clericali o gerarchici: assumerci fino in fondo la nostra responsabilità di laici, a cui è affidato il compito più delicato “di trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio”.
    Gianni e Alberto

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