Ci ha raggiunti in questi giorni la notizia di due amici che ci hanno lasciato: Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, e don Angelo Casati, parroco milanese ma anche scrittore e poeta.
Del primo – Bianchi – ho letto diversi libri e spesso gli articoli pubblicati su La Stampa. Del secondo – Casati – ho letto meno libri ma ho frequentato il sito internet pieno delle sue appassionate e coinvolgenti riflessioni. Ho poi avuto la fortuna, anzi il privilegio, di intervistarlo per la redazione di In Dialogo Unitario. Era il gennaio 2004 e rileggere oggi le sue risposte suscita in me una doppia sensazione: la prima è di una persona profetica e lungimirante con un eloquio dolcissimo, quasi a voler porgere con estrema tenerezza il Vangelo, la Chiesa, la vita; la seconda sensazione è di un tempo e di una società che da allora (oltre vent’anni!) non hanno camminato e ancora oggi arrancano dietro situazioni non metabolizzate.
Padre Enzo e don Angelo, a me sembrano due giganti di cui il nostro tempo avrebbe ancora molto bisogno.
Di loro ho sempre apprezzato la fede indagatrice, quella che non si ferma alle apparenze, quella che vuole andare un po’ più in profondo, quella che non dà risposte definitive e buone per tutti, quella che si pone domande prima di dare responsi. E questo a me ricorda molto gli insegnamenti del card. Martini.
Nell’intervista don Angelo mi diceva: «Forse dovremmo chiederci perché in qualche misura è venuta meno o si è contratta questa immagine di una chiesa missionaria. Altrimenti l’invito ad essere missionari diventa invito puramente retorico che cade dall’alto. Non si tratta di cambiare un particolare, un aspetto della vita ecclesiale: in questione è il volto stesso della chiesa, della parrocchia». Ed ancora mi confidava: «Sono parroco in una grande città e vedo il rischio di iniziative che non tengono conto di ciò che effettivamente avviene nelle case, dei ritmi pesanti che affaticano la vita, del più che comprensibile bisogno di aria e di sole, dell’anelito a un tempo non più soffocato da orari e programmi. E se fossero domeniche missionarie quelle passate incontrando amici, le domeniche nei giardini, nelle piazze, nelle case?».
Era il tema di fare spazio, di ascoltare, di comprendere ben prima di giudicare: «Il regno di Dio lo diciamo in primo luogo con l’accoglienza. Perdiamo ore a discutere di messaggi da dare. Meno, molto meno, ci interroghiamo sul primo segno dell’Evangelo, il gesto dell’accoglienza. L’accoglienza e l’ascolto.»
Dal canto suo, padre Enzo ribadiva spesso, come fosse cosa di fondamentale importanza, lo stesso concetto: «Cosa può esserci di più importante dell’accoglienza? Vorrei ricordare ai cattolici, e io sono tra questi, di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani. Il vero tempio è la comunità umana».
Sì, mi mancheranno: mancheranno ai giorni incasinati, alle sere stanche e bisognose di poesia, agli incontri a cui cercare di dare un senso.
Maurizio Guarnaschelli






