In un mondo attraversato da un’infinità di conflitti (sono probabilmente una cinquantina quelli attualmente in corso, dichiarati o meno, comunque tutti drammatici e distruttivi) possiamo immaginare passi per costruire la pace? Da dove partire? Quale il possibile ruolo per ciascuno di noi?
“Guerra mondiale a pezzi”.
Attraversiamo certamente un’epoca di estrema incertezza sullo sfondo della “terza guerra mondiale a pezzi” cui ci ha più volte richiamati Papa Francesco, e lo stesso sta facendo Papa Leone invocando una “pace disarmata e disarmante”.
A livello personale ci sentiamo scoraggiati, persino “inutili”: “Cosa posso fare io perché cessino le guerre?”. Questo senso di inadeguatezza si riferisce anche al fatto che i potenti della Terra non sembrano mostrare alcuna intenzione di sedersi al tavolo – politico e diplomatico – per fermare i conflitti. E anche quando ci provano, come nel caso dell’accordo per il cessate il fuoco a Gaza, la tregua appare fragilissima e il futuro è oltremodo incerto perché tra gli “attori” della pace non figurano le popolazioni martiri, quelle che hanno pagato il prezzo più alto delle armi e della violenza.
Il 1° gennaio, Giornata mondiale della pace, e il gennaio “Mese della pace” che l’Acr ci richiama con puntualità, possono però favorire una riflessione che ci chiama in causa direttamente. Mentre preghiamo incessantemente per la pace – duratura, vera e giusta, in ogni angolo del globo – siamo sollecitati a qualche atteggiamento tutt’altro che inutile.
Disarmare le parole.
Possiamo infatti cominciare con il “disarmare le parole” (altro monito dei pontefici), con un vocabolario che sia specchio della nostra opzione per la pace. Troppo spesso, infatti, ci lasciamo condizionare dai leader e dai media e noi stessi diamo per scontato che ci si debba “fare la guerra”, che bisogna “sconfiggere in nemico”, con l’imperativo di “difendere ogni centimetro del nostro suolo”. Diventiamo così tifosi delle armi, dei missili, delle bombe, dei droni… dimenticando che ognuno di questi strumenti causa morti, feriti, distruzioni, seminando un odio che durerà per generazioni. “Se l’Europa vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”: parole terribili, risuonate di recente a Bruxelles, con echi di eguale portata a Roma. Volendo convincerci che per rafforzare la nostra sicurezza – parola a sua volta abusata – si debbano spendere miliardi su miliardi, creando un’industria bellica ancora più agguerrita e redditizia e facendo pesare il costo degli armamenti sui bilanci pubblici (e dunque ancora una volta sulle tasche dei cittadini).
Non solo guerre…
Il quadro internazionale è certamente gravido di interrogativi, la gente avverte legittimi timori. Ma lasciarsi trascinare in un’ottica di sola risposta militare, indebolendo o annichilendo le vie politiche, non risolverà i problemi sul campo.
Senza trascurare il fatto che il mantra della guerra e della spesa militare sta ponendo in secondo piano altre grandi e urgenti questioni, che non sono scomparse né risolte: l’invecchiamento demografico, i diritti e le libertà negate, la crisi delle democrazie, gli squilibri economici e sociali, le migrazioni, il cambiamento climatico…
Così, mentre proviamo a convincerci che ognuno ha un suo ruolo sulla via della pace – i governanti, le organizzazioni internazionali, i partiti, le Chiese – ci accorgiamo che diventa urgente seminare parole di pace, e ci chiediamo cosa significa che “la pace nasce dai cuori”.
Educare alla pace.
A noi, dunque, spetta qualche compito. Anzitutto informarsi per capire, per alimentare consapevolezza, per dialogare: troppe volte manca un serio confronto sulle origini dei conflitti, sulla loro potenza diabolica, sulle soluzioni rabberciate vendute a noi cittadini come eque e miracolose. Una maggiore conoscenza e consapevolezza porterà a non dare per scontata ed ineluttabile la guerra, e ci aiuterà a conservare una sana capacità di indignarci di fronte alle sofferenze imposte a popolazioni inermi, le vittime di ogni guerra (nella certezza che non c’è, né c’è mai stato, un popolo che ci abbia “guadagnato” da una guerra).
Possiamo inoltre – e qui entrano in gioco vari soggetti, dalla famiglia alla scuola, dalle realtà educative alle ong, dalle Chiese alle associazioni, Ac compresa – impegnarci nuovamente, convintamente, per educare alla pace. Missione che comprende una infinità di possibilità, e che passa dalla costruzione di relazioni interpersonali aperte e reciprocamente accoglienti, da un volontariato generoso, dall’impegno sociale o ambientale, fino a far risuonare la voce della pace nello spazio pubblico (media, piazze). Capitolo, questo, che può inserirsi nella più vasta vocazione a costruire il bene comune, cui sono chiamate tutte le persone di buona volontà e che ai cristiani è dovere indicato – senza mezzi termini – dal vangelo e dall’insegnamento della Chiesa.
Ancora una annotazione.
Cittadini consapevoli di tutto questo dovranno anche seriamente considerare la sfera politica. Nelle istituzioni di ogni ordine e grado servono persone e partiti fermamente convinti che il bene-sicurezza va perseguito, ma esiste una sicurezza che va oltre la difesa, i confini, le armi: essa comprende le più elementari e necessarie sicurezze sociali, comprendenti l’istruzione, la casa, il lavoro, la salute, una vecchiaia dignitosa. Anche così si alimenta una vita degna e si semina la pace dei cuori, ove risiede la prospettiva di un futuro sereno, di convivenza e, appunto, di pace. Dunque, persino nell’espressione del voto ogni cittadino può dire qualcosa per l’edificazione di una società pacificata.
Adesso o mai più.
Il card. Matteo Zuppi, che più volte ha sottolineato il bene assoluto della pace, ha fra l’altro affermato: “La pace va costruita adesso o mai più. I ritardi, gli aggiustamenti, un eccesso di tattica e di convenienze di parte, allontanano la pace”.
“Beati gli operatori di pace”, afferma Gesù stesso, “perché saranno chiamati figli di Dio”. Un messaggio che attraversa il tempo e la storia e diventa per noi, oggi, monito, invito, impegno, speranza.
Gianni Borsa, Presidente Azione cattolica ambrosiana






