Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani saranno chiamati alle urne per un referendum costituzionale confermativo sulla cosiddetta “riforma della giustizia”, approvata dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025. La consultazione si configura come referendum confermativo ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione, il che significa che non è previsto il quorum di partecipazione: il risultato sarà cioè determinato dalla maggioranza dei voti validi espressi. Il referendum chiede ai cittadini di esprimersi su una riforma che introduce la separazione delle carriere tra giudici (giudicanti) e pubblici ministeri (requirenti), ridisegnando profondamente l’organizzazione interna della magistratura italiana.
La riforma, nota anche come “riforma Nordio” dal nome del ministro della Giustizia, prevede che giudici e pubblici ministeri seguano due percorsi di carriera completamente autonomi, regolati da propri Consigli superiori distinti, rendendo impossibile il passaggio da un ruolo all’altro.
Cosa prevede la riforma
I punti centrali della riforma comprendono l’istituzione di due Consigli Superiori della Magistratura separati – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Viene inoltre istituita un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici, con il compito di sanzionare le violazioni commesse dai magistrati, sostituendo l’attuale sistema disciplinare interno al CSM. Un elemento particolarmente dibattuto riguarda l’introduzione del sorteggio per la selezione di alcuni componenti di questi organi, in sostituzione del tradizionale sistema elettivo che ha caratterizzato finora l’autogoverno della magistratura.
Le ragioni del SÌ e del NO
I sostenitori del SÌ argomentano che la riforma porterà maggiore chiarezza dei ruoli, specializzando le carriere e riducendo potenziali conflitti tra giudici e pubblici ministeri. Secondo questa prospettiva, la nuova struttura renderebbe più trasparenti i processi decisionali, contenendo il peso delle correnti interne e rafforzando la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario.
Chi sostiene il NO obietta invece che la riforma rischia di complicare l’ordinamento senza risolvere i problemi reali della giustizia italiana: tempi processuali lunghi, carenza di personale e risorse. L’opposizione teme inoltre che la creazione di tre nuovi organi possa indebolire l’autonomia della magistratura e che il sorteggio comprometta il principio di rappresentatività democratica.
Non vi è dubbio che la consultazione rappresenta dunque un momento cruciale per il futuro dell’ordinamento giudiziario italiano.
Alberto Ratti






