Le musiche di “Costruire la casa comune”, il recital del gruppo NoteConLode ispirato all’enciclica di Papa Francesco Laudato si’ risuonano al carcere di Monza
Lo spettacolo del gruppo NoteConLode in carcere a Monza
È un sabato pomeriggio di fine gennaio, dovrebbe fare freddo invece l’anticiclone dei giorni scorsi regala un tempo tutt’altro che invernale. Loro arrivano scaglionati a gruppi di dodici/quindici per volta; si dispongono ordinatamente partendo dalle prime file di sedie messe in precedenza nella sala. È uno stanzone bislungo e sarebbe del tutto anonimo se non fosse per i lasciti alle pareti frutto di precedenti attività, un po’ artigianali, un po’ artistiche.
Noi siamo arrivati con un’ora d’anticipo. Ci siamo sistemati sullo sfondo con gli strumenti, le chitarre, i microfoni; alle nostre spalle, appeso, un telone dove proiettare immagini e filmati che integrano il nostro racconto in un’alternanza di poesia e canzoni. Prima dell’inizio abbiamo fatto cerchio e recitato, come ogni volta, una preghiera: non siamo qui per protagonismo ma perché le parole di Papa Francesco ci hanno emozionato da subito e vogliamo annunciarle a chiunque le voglia ascoltare.
L’inizio dello spettacolo…
Ora sono arrivati proprio tutti ed hanno riempito quasi tutto il salone. Loro sono i detenuti della Casa cicondariale di Monza. Curiosi, guardiamo quei volti che ci guardano a loro volta incuriositi; in tutti noi cresce l’emozione per questa esperienza del tutto unica nel suo genere. Adesso si comincia davvero. Monologhi e canzoni si susseguono senza intoppi e riceviamo applausi ad ogni cambio di scena. Intravediamo qualcuno che prova a cantare insieme a noi i ritornelli, tenendo in mano il foglio coi testi. In prima fila, uno che somiglia a un distinto signore, sembra prendere appunti su un grande quaderno.
Le parole dell’enciclica Laudato si’ e le canzoni ad essa ispirate diventano segni di speranza, delineano un nuovo orizzonte, suggeriscono un senso di riconciliazione che forse, qui, in carcere, è una novità.
Ci avviamo verso il finale dopo una cinquantina di minuti come volati in un momento; la musica è cresciuta e cresce anche la partecipazione: sull’ultimo brano tutti battiamo ritmicamente il tempo in una sintonia e coralità inaspettate; un po’ ci meraviglia e tanto ci entusiasma. Ma ormai è il momento dei saluti e le parole faticano ad uscire. Abbiamo raccontato e cantato la bellezza del mondo, della natura e della vita. Che dire a queste persone private della libertà e di un pezzo di vita? Non è facile farlo senza cadere in una retorica di circostanza. Poi i giusti toni, non si sa come, arrivano e la reazione è tanto positiva da dirci che c’è stata empatia. Cosa potevamo chiedere di più? Qualcuno dei nostri cerca di trattenere la commozione, qualcuno è rimasto senza parole.
… e quello che ci ha lasciato
Evitando per un poco i protocolli e le regole, ci mischiamo a quelli delle prime file che ci fanno un sacco di domande: uno chiede da dove veniamo, un altro se abbiamo registrato le canzoni, uno dichiara la sua ammirazione per la ragazza che suona e canta, vuole sapere come si chiama. Adesso c’è proprio un’aria distesa, quasi di amicizia e complicità per questo pomeriggio che non dimenticheremo tanto in fretta. Per loro è arrivato il momento di ritornare in cella; ancora a gruppi, ancora in modo ordinato. Esperienze come queste riempiono il cuore e, come diciamo in una canzone, “l’umanità è una sola famiglia”; aprendoci agli altri, chiunque essi siano, possiamo capirci, possiamo conoscerci e diventare tutti migliori.
Ritiriamo le nostre attrezzature quasi senza parlare, senza rompere il silenzio che ci è rimasto addosso, quasi a chiederci un supplemento di riflessione personale. Gli assistenti del carcere ci danno una mano con la stessa generosità di quando siamo arrivati. Poi ci salutiamo come fossimo vecchi amici; i grazie si accumulano e si rincorrono con gli arrivederci. Che altro raccontare di un pomeriggio così? Speciale, emozionante, unico.
Maurizio Guarnaschelli






