Don Primo Mazzolari (1890-1959) è a tutti gli effetti uno dei grandi protagonisti di quell’ampio movimento, spesso condannato, spesso ignorato, che ha contribuito a preparare il Concilio Vaticano II, e, più ancora, il magistero degli ultimi papi, fino a Francesco e Leone XIV.
Certo, molto della sua azione e del suo pensiero è caduco, in quanto troppo legato a un’epoca finita: la concezione del parroco come guida anche civile della sua popolazione (oltre che dominus verso i suoi coadiutori); la visione di una Chiesa ancora compatta, per quanto da riformare, con la conseguente difesa a oltranza delle sue prerogative; una concezione della donna ancora legata ai canoni del passato, pur con la capacità personale di entrare nel cuore delle sue tante interlocutrici; una scarsa comprensione delle logiche della politica, accompagnata a una certa ingenuità personale; una conseguente difficoltà a tradurre nella realtà l’aspirazione alla pace e al definitivo superamento della guerra; un linguaggio peraltro troppo condizionato dai termini militareschi ereditati dalla Grande Guerra…
A fronte di tutto ciò sta un lascito non da poco. La centralità dell’annuncio evangelico nella predicazione ordinaria e in quella straordinaria. L’aspirazione alla riforma della pastorale della Chiesa per adeguarla a una società in inarrestabile secolarizzazione e quindi per renderla capace di un sincero dialogo con i “lontani” e, allora, ai milioni di seguaci della speranza offerta dal comunismo. Il richiamo persistente a correre incontro ai poveri, combinando, nella distinzione, la carità con la giustizia sociale. L’idea di una Chiesa capace di chinarsi sulle sofferenze del mondo. L’incipiente idea del laicato come protagonista, con una propria identità intangibile, della vita della Chiesa stessa. L’insistenza sul primato della coscienza personale, pur in un contesto di sofferto dovere di obbedienza. La consapevolezza di dover aiutare la crescita dei propri parrocchiani sia sul piano spirituale sia su quello sociale e culturale. Il superamento della teoria della “guerra giusta”, avendo sperimentato i terribili costi soprattutto sulla popolazione civile. L’appello a una pacificazione tra le parti, ma senza dimenticare la netta differenza esistente tra i valori dell’antifascismo e i disvalori del fascismo.
Invitiamo a riprendere in mano almeno alcuni dei suoi scritti, magari anche vincendo l’ostacolo costituito da un linguaggio che si può apparire lontano nel tempo. Badiamo alla sostanza.
Per esempio, partendo da quelle Lettere al mio parroco, scritte nel 1935, ma pubblicate solo postume (e ora, da pochissimo riedite a cura di Paola Bignardi per EDB), nelle quali don Primo finge di essere un laico che manifesta i propri sentimenti e le proprie critiche.
Basta prendere in mano l’introduzione, posta sotto il titolo Lettera a nessuno, per cogliere il tratto rivoluzionario dell’opera:
«Il parroco non deve aver paura dei parrocchiani intelligenti, che dicono anche di no: deve temere piuttosto coloro che uccidono l’iniziativa con consensi non cordiali […]. Il cattolico d’azione non può essere un recipiente qualsiasi, ma un’anima che bisogna lasciar parlare prima di pretendere che lavori […]. Occorre salvare il presbiterio dalla cinta che talvolta i piccoli fedeli gli alzano allegramente intorno e che il parroco, scambiandola forse per un argine, accetta con riconoscenza […]. Il laico deve agire con la sua testa […]. In qualche parrocchia sono gli elementi meno vivi e meno intelligenti che vengono scelti quali collaboratori, perché docili e maneggevoli».
Questi taglienti, ma realistici, giudizi poggiano su una tesi di fondo, ancorata nella teologia del tempo, ma già aperta alla teologia dell’indomani, ovvero che l’apostolato è dovere di ogni cristiano in forza del battesimo ricevuto e che il laico deve costituire il ponte, o il messaggero, tra la Chiesa e un mondo sempre più lontano. Anzi, bisogna partire dalla constatazione della «progressiva scristianizzazione dei popoli un tempo ufficialmente cattolici». Un tale compito del laico è tanto più necessario, quanto più il clero «a fatica riesce a farsi intendere oltre il piccolo gregge dei fedeli». Questo perché «il nostro mondo – anche il nostro paese – non è cristiano». Ma è proprio in questa realtà che occorre operare per costruire il Regno di Dio.
Le Lettere toccano via via alcuni temi cruciali della vita di una parrocchia e delineano, per contrasto, la figura del parroco che don Primo vorrebbe incarnare: un uomo che non ha paura di esporsi con il proprio pensiero, che nelle sue omelie evita di scopiazzare i manuali disponibili e, soprattutto, si astiene dal «rendere sciocca, insipida, la parola di Dio». O, ancora, un prete che è consapevole dei limiti delle proprie competenze umane, che sa assumersi le proprie responsabilità e sa ascoltare «le voci di coloro che, pur rimanendo sottomessi, non sono sudditi».
Anche il terreno della pastorale viene affrontato in queste Lettere. Nel capitolo Troppi santi! viene criticata la moda di riempire le chiese di statue di santi, per non dire di «chincaglieria», magari solo per accontentare qualche munifico donatore. La parola d’ordine, invece, dovrebbe essere quella di «smobilitare il barocchismo» e di «semplificare, semplificare, semplificare». Anche l’abitudine di celebrare in continuazione centenari e anniversari importanti – spesso destinati a scadere nel «festaiolismo» – viene duramente attaccata, così come la modalità ormai antiquata di predicare (e di rovinare) gli Esercizi spirituali, che don Primo continua invece a ritenere assai importanti, tanto da frequentarli e da proporli. In questo caso, la domanda che il prete deve porsi è drastica: «Come devo presentare le verità fondamentali agli uomini del mio tempo?».
Non ci possiamo certo soffermare su ogni singola lettera del “laico” presente in questo testo. Anche per non far perdere il gusto di una lettura diretta. Ma non si può trascurare la sua demolizione di ogni nostalgia per un passato ritenuto glorioso e felice per la Chiesa e la messa in guardia contro ogni privilegio, fino a riconoscere i frutti positivi delle persecuzioni, Rivoluzione francese compresa: «Non mi scomunichi, signor parroco, se riconosco la provvidenza di certi fatti che furono vere calamità per la Chiesa».
Tutte queste pagine sono dunque un richiamo alla forza della fede e alle conseguenze che ne derivano: rifiutare i privilegi, certo, ma anche mettere da parte i lamenti inutili, perché «l’età dell’oro è davanti, nell’avvenire»; accettare con realismo il proprio tempo, sapere che si ha il «dovere di combattere per il bene, non quello di farlo trionfare», lasciando spazio alla misericordia di Dio: «Bisognerebbe sapersi accontentare, il che vuol dire avere più fede, la fede che non pretende di vedere.
Le Lettere al mio parroco sono soltanto una delle perle che Mazzolari ci ha lasciato. Invitiamo a rileggere, tra le tante cose, La più bella avventura (1934), rilettura della parabola del Figliol Prodigo: un testo che costituisce sia un inno alla misericordia divina sia una denuncia della pigrizia evangelizzatrice della Chiesa (identificata con la neghittosità del fratello maggiore). Non a caso, quel testo, su denuncia di un confratello cremonese di don Primo, fu fatto ritirare dal commercio per ordine del S. Offizio. O, ancora, Impegno con Cristo (1943), che costituisce un’appassionata chiamata al rinnovamento e alla coerenza evangelica dei cristiani e della Chiesa. O, infine, il Tu non uccidere (1955), forse il “manifesto” più famoso di un radicale pacifismo evangelico, nel quale don Primo inserisce brucianti interrogativi, chiedendosi come mai «dopo venti secoli di Vangelo gli anni di guerra siano più frequenti degli anni di pace» e come mai «una guerra possa portare il nome di giusta o di santa». O anche perché «s’invochi il nome di Dio per conseguire una vittoria pagata con la vita di milioni di figli di Dio».
Come negare l’attualità di frasi come queste (che al tempo costituirono motivo di ulteriori interventi censori del S. Offizio)?
Scriveva don Primo: «A parte che la guerra è sempre “criminale” in sé e per sé (poiché affida alla forza la soluzione di un problema di diritto); a parte che essa è sempre mostruosamente sproporzionata (per il sacrificio che richiede, contro i risultati che ottiene, se pur li ottiene); a parte che essa è sempre una trappola per la povera gente (che paga col sangue e ne ricava i danni e le beffe); a parte che essa è sempre “antiumana e anticristiana” (perché si rivela una trappola bestiale e ferisce direttamente lo spirito del cristianesimo); a parte che essa è sempre “inutile strage” (perché una soluzione di forza non è giusta; e sempre comunque apre la porta agli abusi, crea nuovi scontri): qual è la guerra giusta e quella ingiusta? Può bastare l’affidarsi alla cronaca pura, alle semplici date, per stabilire chi attacca per primo, chi offende e chi si difende?».
Indicazioni bibliografiche sommarie:
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Mazzolari, Impegno con Cristo, edizione critica a cura di G. Vecchio, EDB, Bologna, 2007
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Mazzolari, Tu non uccidere, edizione critica a cura di P. Trionfini, EDB, Bologna, 2013
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Mazzolari, Lettere al mio parroco, edizione critica a cura di P. Bignardi, EDB, Bologna, 2026
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Vecchio, Don Primo Mazzolari. Una biografia. I. 1890-1932, Morcelliana, Brescia, 2025; Id., Don Primo Mazzolari. Una biografia. II. 1932-1959, Morcelliana, Brescia, 2026 (In stampa)






