In memoria di Rosario Livatino. Magistrato, martire, beato
Nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.
L’appuntamento è per sabato 23 ottobre alle ore 10,30 presso la Sala Kolbe della Chiesa Parrocchiale della Beata Vergine Immacolata e Sant’Antonio in Viale Corsica 68, Milano. Dopo un’introduzione di Dina Vecchio (presidente Azione cattolica parrocchiale), al convegno interverranno Giuseppe Cannella (avvocato), Alberto Ratti (giornalista), Fabio Roia (magistrato e presidente vicario del Tribunale di Milano).
Rosario Livatino è una figura centrale nella storia dell’antimafia siciliana, negli ultimi decenni del secolo scorso. Impegnato a scoprire i legami con la politica e a porre le basi delle indagini sull’ecomafia – Costituzione e Vangelo, quindi fede e giustizia sono i suoi capisaldi per tutta la vita. Non casualmente, la Chiesa dichiara Livatino il primo giudice beato finora. Tra le sue forti testimonianze, “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili” è una lapidaria frase ritrovata in una sua agenda.
Nato nel 1953 a Canicattì, Livatino si laurea in Giurisprudenza nel 1975, e sin dagli esordi della sua carriera si mostra un uomo dalla fede indubbia. Non appena prende servizio in magistratura, chiede a Dio di guidarlo al meglio nel suo cammino, svolgendo dunque la propria professione come una vera e propria vocazione e missione. Negli anni Ottanta è sostituto procuratore ad Agrigento, concentrando la sua attenzione nel contesto della cosiddetta “tangentopoli siciliana”. Livatino è dell’idea che un giudice debba essere capace di condannare anche di comprendere, mostrando equilibrio e fermezza, libertà e indipendenza, integrità e imparzialità. Per la sua giovane età in magistratura, Livatino era soprannominato il giudice ragazzino, e proprio così il professor Nando Dalla Chiesa ha intitolato un libro a lui dedicato (da cui è stato tratto poi un film omonimo negli anni ’90). Aveva precisato Dalla Chiesa «la morte di Livatino più che essere un documento d’accusa contro la mafia, finisce per essere – con la pura forza dei fatti – un silenzioso, terribile documento d’accusa contro il complessivo regime della corruzione».
È il 21 settembre 1990, Rosario Livatino ha soli 36 anni, quando la sua auto senza scorta viene intercettata da quattro sicari, uccidendolo. Tutti i killer a posteriori vengono identificati e condannati, e uno di loro (Gaetano Puzzangaro) poi convertendosi, rende testimonianza proprio per contribuire alla causa di beatificazione. In una lettera scritta proprio da quest’ultimo, in carcere da ormai tre decenni, l’ergastolano ricorda il tempo di quelle sciagurate scelte: si era perso il senso dell’etica, della vita stessa, dell’amore per la propria terra. Ma – ammette – gli errori vanno riconosciuti, specialmente se rappresentano il fallimento di un’intera esistenza. Queste parole, dunque, segnano il pentimento da parte di Puzzangaro: perché sia un dovere morale difendere chi ha speso se stesso nel nome della legalità e delle famiglie rimaste mutilate. Si rimanda a questi link (https://www.youtube.com/watch?v=6DM9OV6H-1Q; https://www.youtube.com/watch?v=tjFdDnaowOs) per approfondire la testimonianza del killer pentito.
Ora la parola ad Alberto Mattioli, giornalista e membro del consiglio diocesano di Ac, che sarà moderatore dell’incontro.
Ma chi era Livatino, uomo di fede e giudice?
Ci sono uomini che hanno un prezzo e uomini tutti d’un pezzo. Per questo la mafia ha deciso di eliminarlo, era un rivale determinato ad andare fino in fondo, sino a costo della vita. Livatino sapeva del rischio e non voleva coinvolgere altre vite. Infatti, chiedeva che nei dossier scottanti non venissero coinvolti altri colleghi e girava senza scorta. Vangelo e Costituzione, fede e giustizia lo costituivano come persona e orientavano in quella che riteneva la sua missione laica. In una sua agenda fu trovato scritto: “Oggi ho prestato giuramento, da oggi sono in Magistratura” e poi aggiunse “Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e comportarmi nel modo che l’educazione che i miei genitori mi hanno impartito, esige”. La preghiera giornaliera precedeva l’inizio del suo lavoro. Nelle sue agende c’era una sigla, S.T.D Sub tutela Dei, cioè si affidava al Signore. Era impegnato anche nell’Azione cattolica.
Come si comportava nell’applicare la giustizia?
Per lui c’erano certo i codici e le leggi da applicare, ma specificava che “la giustizia sola non è sufficiente e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore verso il prossimo e Dio di cui ogni uomo è immagine”. Precisava anche che “la legge, pur nella sua autonomia, è per l’uomo, non l’uomo per la legge”. Dunque, per lui la giustizia non poteva essere disgiunta dalla fede e dalla misericordia. Trattava con rispetto umano ogni indagato, ogni carcerato. Li salutava sempre con una stretta di mano e andò di persona a scarcerare una persona poi stata prosciolta.
Livatino diceva che la giustizia deve essere superata dalla carità. C’è contraddizione?
Fu un precursore di rigore e comprensione per favorire la riabilitazione e il reinserimento proprio nel senso che intende la Costituzione. Di un giudice rigoroso ma capace di discernimento. Non un giustizialista, ma un giudice giusto. Volendo usare un paradosso, Livatino era un uomo d’onore nel senso più vero e giusto.
Francesca Bertuglia
Scarica in pdf la locandina dell’evento per maggiori dettagli (Locandina Rosario Livatino).

