La visita di papa Francesco in Iraq (5-8 marzo 2021) è stata un momento altamente significativo nel cammino del dialogo interreligioso, un evento definito “storico”. L’editrice In Dialogo ci presenta ora, nel volume Le chiavi della pace. Il viaggio di Francesco nella terra di Abramo, gli articoli e gli editoriali pubblicati a firma di Stefania Falasca e Luca Geronico sul quotidiano Avvenire, offrendo ai lettori la possibilità di conoscere l’Iraq e la sua gente, senza perdere di vista il messaggio che ha voluto portare il Papa: «Siete tutti fratelli».
Il volume presenta anche i discorsi del Papa in Iraq e il Documento sulla fratellanza umana; la Prefazione è affidata al cardinale Miguel Ángel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.
Luca Geronico, giornalista di Avvenire, esperto di politica estera e in particolare di Medio Oriente, è socio di Azione cattolica. Gli abbiamo rivolto alcune domande sul volume firmato assieme alla collega Falasca.
Partiamo dall’esperienza personale. Quali ricordi, emozioni, fatiche, riemergono dalla sua esperienza in Iraq?
È stato definito il “viaggio dei viaggi” quello di papa Francesco in Iraq. Questo, se mi si consente la comparazione, vale per me anche come vissuto strettamente personale. Ero stato diverse altre volte nel Paese, a partire dal 2002. Così, non appena ho appreso che il Papa sarebbe andato in Iraq, sono sobbalzato: direi che per me esserci era certo, una grande opportunità professionale, ma ancora di più un appuntamento esistenziale. Ho rivisto luoghi, re-incontrato volti amici, rivisto luoghi in festa che avevo visitato desolati, devastati, feriti nel profondo. Ho visto un popolo, nonostante le misure di distanziamento per la pandemia, esultare per l’arrivo per la prima volta nella storia di Pietro in terre dove si prega in arabo e in aramaico dal 200 dopo Cristo. Ho percorso 1.600 chilometri in tre giorni, con partenza alle 5 del mattino, dovendo scrivere nelle pause degli spostamenti, con un’auto noleggiata. Ero accompagnato da padre Jalal Yako, un missionario rogazionista iracheno mio amico, conosciuto nei campi profughi di Erbil nel 2014. Abbiamo fatto campo base a Qaraqosh aspettando l’arrivo del Papa, vivendo in un quartiere popolare l’attesa della gente. Tutto questo è stata una indubbia fatica, ma sovrastata dall’emozione di rivedere quei luoghi dopo anni, e dall’attesa per l’incontro con papa Bergoglio, con quello che avrebbe potuto dire in quella terra, in quel contesto sociale e culturale così travagliato, ma affascinante, ricco di simboli biblici e culturali… C’era l’attesa di ascoltare quello che Francesco avrebbe detto a quella Chiesa d’Oriente, una Chiesa di martiri. Dico questo, affermazione che non si può fare se non con voce tremante, pensando non solo a chi è tragicamente morto in attentati, rapimenti, scontri a fuoco, ma a chi ha scelto la vita da profugo, l’esilio forzato, l’umiliazione pur di essere fedele al suo essere cristiano.

Qual è a suo avviso il messaggio complessivo che emerge dal viaggio del Papa in Iraq?
Papa Francesco si è recato in Iraq come “pellegrino penitente di pace”, a curare le ferite di questa Chiesa, ma si è rivolto – data anche la sua rilevanza internazionale come vero leader morale mondiale – a tutta la società irachena. Il messaggio complessivo è quello della fratellanza umana che, dopo la firma del Documento di Abu Dhabi nel 2019, e la pubblicazione dell’enciclica Fratelli tutti, ha visto realizzare durante questo viaggio apostolico un secondo passo concreto, questo direi esperienziale, sul terreno. L’incontro tra papa Francesco e l’ayatollah Ali al-Sistani, apre nuovi scenari di dialogo interreligioso, e direi non solo e non tanto sul versante islamo-cristiano, quanto all’interno del mondo musulmano tra sciiti e sunniti.

La preghiera è parsa un elemento essenziale per confermare la fratellanza universale in una terra dove la pace e la concordia tra i popoli sembrano irraggiungibili. È così?
Certamente tutto il viaggio è stato mosso da un desiderio, da una spinta spirituale, anche se non sono mancati appelli alle autorità politiche. E anche il messaggio politico alla società irachena credo si possa sintetizzare nell’appello alla costruzione di un concetto di cittadinanza svincolato dall’appartenenza religiosa, un invito a declinare il concetto di laicità dello Stato in una società dove il tribalismo etnico-religioso è invece la base di una identità più forte dell’identità nazionale. Ma questo invito molto concreto, come tutti gli appelli alla riconciliazione, a disarmare i cuori, si basa, sull’essersi scoperti tutti fratelli nella fede, perché figli dell’unico Dio.
Dialogo interreligioso: vede possibili sviluppi dopo la tappa di Bergoglio nella terra di Abramo?
L’annuncio di una giornata di preghiera per il Libano è un segno dell’attenzione particolare di Francesco ai cristiani d’Oriente e una menzione merita la Siria, terra e Chiesa martiri. Tornado a Roma da Baghdad, papa Bergoglio ha annunciato nuovi passi nel dialogo interreligioso. Ma io credo che quello che abbiamo potuto vedere in Iraq sia pure un metodo da perseguire poi nelle nostre comunità locali, anche in incontri non ufficiali e ad alto livello. In Iraq il 6 marzo è stato proclamato dal premier iracheno Mustafa al-Khadimi giornata della coesistenza e l’anno prossimo si ripeterà, a quanto mi hanno detto, un incontro di preghiera a Ur simile a quello con il Papa. Ma credo che il Documento sulla fratellanza umana, come mi diceva un imam sciita a Najaf, debba ora essere studiato interiorizzato, fatto conoscere ai giovani in formazione nelle scuole coraniche, nei seminari, nelle scuole rabbiniche. E anche, direi, nelle nostre parrocchie. Come anche – è un invito fatto dallo stesso papa Francesco – si deve favorire la custodia, la visita dei luoghi santi di Abramo, dei “mausoleo” della fratellanza umana da cui può scaturire un approfondimento spirituale della figura stessa di Abramo, in modo da rendere il più possibile universale la preghiera di Ur. Del resto, mi viene da dire, i dialoghi sul Mediterraneo che la Cei ha voluto riprendere sull’esempio di La Pira, non vanno in questa direzione? Se c’è una fratellanza umana da costruire – questo ci dice papa Francesco – essa va nutrita anche con una adeguata, approfondita spiritualità. Sarebbe bello che teologi, comunità religiose, leader religiosi se ne facessero carico sulle orme di papa Francesco nella terra di Abramo.






