Le Feste della Pace, che l’Azione cattolica ambrosiana ha promosso in diverse città in questi giorni anche grazie alla “spinta” dell’Acr, ha avuto una tappa il 17 gennaio nella parrocchia di Maria Regina Pacis di Milano. Tema “Semi di pace nella città: vivere la pace disarmata e disarmante a Milano”. Alla tavola rotonda hanno partecipato la pastora battista Cristina Arcidiacono, Roberta Osculati, vicepresidente del Consiglio comunale, Virginia Invernizzi della Comunità di Sant’Egidio e padre Eugenio Brambilla di Caritas Ambrosiana. Roberta Osculati ha risposto ad alcune domande.
Roberta Osculati recentemente si è unita (1-5 ottobre ’25) alla delegazione del Mean (Movimento europeo di azione nonviolenta) per il Giubileo della speranza organizzato in Ucraina, paese in guerra. Una presenza di 110 persone, credenti e non credenti “per portare – dice Osculati – solidarietà e amicizia al popolo ucraino, perché la speranza e la pace si capiscono solo insieme a chi soffre. E così è stato, in particolare dopo che ci siamo trovati su un treno non distante da un forte attacco russo a Leopoli, la notte del 5 ottobre. Successivamente ci siamo sentiti autorizzati, cercati, ascoltati nel raccontare questa esperienza”. Essere disarmati, significa “accettare di essere vulnerabili, di stare in mezzo, anche con il proprio corpo, per intercedere tra i rivali”.
Dopo l’esperienza ucraina, crede possibile vivere una pace disarmata e disarmante nella città di Milano?
“Come dicevo, la pace disarmata e disarmante significa esporsi col proprio corpo, con la propria storia, con la propria fragilità, a volte anche con le proprie incertezze, significa anche essere disposti ad incontrare l’altro, gli altri. Lo stile è quello di essere ponte. Il ponte è un’efficace metafora per indicare la volontà e l’impegno di fare passi verso un diverso approdo, per attraversare luoghi non più lontani, per unire pensieri prima distanti, incapaci di comunicare, per raggiungere nuovi orizzonti, senza peraltro ostacolare ciò che scorre nel mezzo. Questa è la prima cosa importante, cioè accettare di confrontarsi con l’altro, di vivere un ascolto sincero e profondo, capace di intercettare le ragioni delle posizioni degli altri. Una modalità valida anche per il vicino di lavoro, per chi incontriamo nei mezzi pubblici, nel quartiere, al mercato, nella parrocchia. Accettare questo compromettersi, mettersi in gioco significa essere capaci, anche con creatività, di avere un atteggiamento che unisce, non separa o distanzia”.
Perché la creatività può allargare gli spazi della pace?
“Credo che alla creatività dei credenti sia affidata la responsabilità di trovare le forme per una nuova azione politica. Creatività vuol dire avere il coraggio della immaginazione, di pensare, proporre anche nuove sfide alla nostra comunità, perché essa possa intercettare e rispondere ai nuovi bisogni. Tra queste sfide c’è quella che ho lanciato sul tema della cittadinanza, proponendo alla città una festa, che spero sia ogni anno sempre più grande e partecipata, come risposta a questo bisogno di pacificazione tra culture e popoli diversi. Il cosmopolitismo, una comunità che viene da tutto il mondo, deve essere il nostro orizzonte, ed è il contrario del nazionalismo. La curiosità per le cose che cambiano è il contrario della paura che le cose cambino”.
Silvio Mengotto







