Essere padri è un’esperienza che assume molte forme. C’è il padre biologico, naturalmente. Ma ci sono anche padri adottivi, padri affidatari, padri spirituali, padri che lo diventano nell’educazione dei più giovani, nell’accompagnare bambini e ragazzi nei cammini della crescita, nella fede, nella vita. In modi diversi, tutti questi volti raccontano una stessa realtà: prendersi cura dei piccoli per generarli alla vita e, nello stesso tempo, lasciarsi generare alla vita da loro.
Perché questo accade davvero. I figli non solo crescono grazie ai padri e alle madri: in qualche modo fanno crescere anche loro. Li trasformano, li rendono più attenti, più sensibili e anche più vulnerabili, più capaci di stupirsi. Li obbligano a uscire da sé stessi. Essere padri significa scoprire che la vita non gira più soltanto attorno a ciò che desideriamo noi, ma attorno a qualcuno che ci è affidato.
Probabilmente, in molte circostanze della vita, prima o poi quasi tutti fanno esperienza di questa paternità. Non sempre attraverso la generazione biologica, ma attraverso relazioni di cura, di responsabilità, di accompagnamento. Pensiamo agli educatori, ai catechisti, agli allenatori, agli insegnanti, ai sacerdoti, a chiunque si prenda a cuore la crescita di un giovane. In questi gesti quotidiani si manifesta una forma di paternità che ha molto a che fare con il Vangelo: prendersi cura della vita degli altri, a partire da più piccoli.
Lo dico anche a partire dalla mia esperienza personale. Sono papà di un bambino di due anni, sono soprattutto e da più tempo papà anche di una bambina che è nata troppo presto al Cielo. Una presenza brevissima nella nostra vita, eppure capace di lasciare un’impronta per sempre nel cuore di suo papà e di sua mamma. E forse non solo nel nostro, ma anche in quello di altri padri e madri che hanno attraversato esperienze simili direttamente o indirettamente.
Porto nel cuore anche un’altra forma di paternità. Per alcuni anni abbiamo accompagnato due bambine Rom, di sette e nove anni ospiti in una struttura per minori rumena. È stato un percorso intenso e coinvolgente, con memorabili momenti di condivisione, ma anche segnato da sofferenza e delusione, perché crescendo hanno preso spesso brutte strade con tutti i problemi di devianza che possono affliggere i giovanissimi. Anche questo forse fa parte della paternità: prendere atto che chi abbiamo cercato di accompagnare non segua il cammino che speravamo, e continuare comunque a voler bene, custodendo una relazione di affetto dentro il limite e la fatica, nella consapevolezza di essere solo dei seminatori.
Queste esperienze insegnano qualcosa di essenziale: la vita dei figli non è nostra. Non ci appartiene. I padri – e le madri – non sono proprietari della vita dei loro figli, ma custodi. Custodi di qualcosa che è stato loro affidato per un tempo che non è prestabilito per cui non va assolutamente dato per scontato e sprecato.
In questo senso la figura di San Giuseppe è straordinariamente illuminante. Giuseppe è forse il padre “speciale” per eccellenza: non ha generato Gesù, eppure lo ha custodito, protetto, educato e gli ha insegnato un mestiere. Nel silenzio dei Vangeli appare come un uomo che accoglie, si fida, si assume una responsabilità che non aveva scelto ma che diventa la sua vocazione. Non possiede il figlio che gli è affidato, ma lo accompagna perché cresca e compia la sua missione. È l’immagine di una paternità discreta e forte, fatta di presenza, di lavoro quotidiano, di fiducia in Dio.
È una responsabilità grande, ma anche una missione bellissima. In fondo, ai padri e alle madri sulla terra è affidato un compito che somiglia molto a quello di Dio per tutte le donne e gli uomini del mondo: custodire, accompagnare, sostenere e lasciare… crescere. Amare senza possedere.
E scusate se è poco.
Quindi, buona Festa del Papà a tutti!
Angelo Saccomano
Foto di William McClelland su Unsplash






