Chiara Zambon e Matteo De Matteis sono due componenti del Gruppo Teologico di Azione Cattolica e ne fanno parte fin dalla sua costituzione.
Qual è il senso della proposta della due giorni teologica che l’Azione Cattolica propone ormai da 13 anni?
Chiara: Le due giornate teologiche vogliono offrire uno spazio ecclesiale di pensiero – e questa è una cosa già non così scontata – perché insieme si possa correre con il pensiero in modo disinvolto verso la chiesa che siamo chiamati ad abitare oggi e a costruire domani. Non solo invocando il dono dello Spirito e con la buona volontà ma, anche, un po’ attrezzandoci, come popolo, dal punto di vista dell’intelligenza della fede, appunto della teologia.
Matteo: Questo aspetto specifico dell’essere credenti, che è l’intelligenza della fede, insieme alla sensibilità liturgica, alla coscienza morale e ad altri aspetti, compone nel suo insieme l’esperienza del credere: si tratta cioè di riflettere criticamente su ciò che si crede, su come lo si crede, su come lo si celebra e su come lo si pratica, perché lo Spirito Santo lungo il corso della Storia ci ha aiutato e vuole continuare ad aiutarci a ripensare, a comprendere in modo diverso e, anche, a modificare alcuni aspetti della dottrina, della liturgia e dell’etica cristiana.
Quali sono i temi che si affronteranno quest’anno?
Chiara&Matteo: Sollecitati dai processi attivati dalla scorsa edizione della due giorni teologica, guidata dalla teologa Stella Morra, quest’anno approfondiremo come la nostra fede e la nostra immagine di chiesa può essere nutrita (e soprattutto convertita!) mettendosi dal punto di vista delle “periferie”. Chi si trova ai margini, infatti, vede alcune cose che dal centro non si colgono! Intendiamo come “poveri” non solo chi non ha molti mezzi per vivere, ma anche chi è “senza rappresentanza”, ossia senza il diritto di parola e di compartecipare alla vita della società e alla direzione verso cui andare. In effetti Gesù ha sempre preferito porsi dalla prospettiva dei poveri, per far vedere ai suoi discepoli il Regno che avanza, per convertire il loro sguardo sulla realtà. È quello che papa Fracesco diceva riguardo alla chiesa “in uscita”: deve uscire, sennò si ammala! Questo modo di riflettere da cristiani si può chiamare “Teologia dalle periferie”.
La proposta parte dal Gruppo teologico di Azione Cattolica. Come si è formato e quali sono le sue caratteristiche?
Chiara: Questo gruppo fu avviato grazie all’intuizione di Valentina Soncini e don Gianni Zappa, allora rispettivamente presidente e assistente diocesano. L’idea era quella di alzare la sensibilità teologica all’interno dell’associazione e nella realtà diocesana. Sarò sempre grata all’ AC, perché, come giovane socia, mi ha finanziato i corsi di teologia in Facoltà Teologica a Milano! Ora il gruppo è composto da una decina di persone, e si focalizza sulla preparazione della 2gg, appunto, proponendo temi condivisi con la Presidenza diocesana. In passato abbiamo fatto anche delle serate di formazione sul territorio, chiamati da associazioni locali.
Matteo: La partecipazione al Gruppo Teologico è aperta a chiunque sia interessato a mettersi a servizio dell’AC in questo modo. Non è necessario avere titoli di studio teologici, ma passione per la riflessione critica sulla fede, desiderio di approfondimento e spirito di servizio. Alcuni frutti del nostro lavoro sono stati anche due saggi pubblicati sotto l’etichetta “In Dialogo” e alcune collaborazioni con gli uffici della Curia Diocesana.
Come i laici di AC, aprendosi ad una formazione teologica, possono dare un contributo sia ai teologi che alla comunità ecclesiale?
Chiara: Lo studio della teologia aiuta molto a decostruire molti stereotipi sulla fede, su Dio e sulla chiesa, che magari ci portiamo dietro come bagaglio di cultura religiosa, ad esempio narrateci da piccoli al catechismo… che ora da adulti sentiamo non “funzionare” più. La teologia però non solo decostruisce, ma anche ricostruisce narrazioni, simboli e concetti che, più ci si addentra in questo processo, più se ne coglie la dimensione promettente e liberante. Sentiamoci tutti autorizzati ad assaggiare questi percorsi teologici, perché uno degli urgenti fronti di impegno di noi cristiani di questo tempo, non può che essere quello culturale. Ovvero, come vivere e comprendere il Vangelo dentro la nostra cultura, per vedere il nuovo che già nasce, senza abbatterci per ciò che declina.
Matteo: La due giorni teologica è, secondo l’intuizione che in origine ci aveva consegnato Stella Morra, occasione di pratica teologica popolare, ovvero teologia fatta attraverso l’ascolto dei vissuti e del “senso della fede” dei credenti, più che teologia accademica. Per questo è utile, perché la teologia popolare e quella accademica si incontrano, fecondandosi a vicenda: i credenti sono aiutati a riconoscere i nodi profondi della fede da riscoprire, ricomprendere o ridiscutere, mentre i teologi di professione hanno l’occasione di ascoltare la voce dello Spirito che parla attraverso il popolo, per orientare le loro riflessioni nella direzione che vuole il Signore.





