«L’onore che si vuole – dice mons. Mario Delpini – rendere a Carlo Bianchi è questa pietra d’inciampo, una metafora per la responsabilità educativa. Un segno sul cammino del quale può inciampare chi cammina svagato o randagio»
Tra le 132 pietre d’inciampo incastonate nelle vie di Milano c’è anche quella di Carlo Bianchi posata presso la sua casa in via Villoresi 24. L’ingegnere cattolico Carlo Bianchi, giovane di Azione Cattolica e presidente della Fuci, venne ucciso a Fossoli il 12 luglio 1944 insieme ad altri 66 martiri che lottavano per riconquistare la libertà perduta. Nel 1944 Carlo Bianchi entrò nel Comitato di liberazione nazionale milanese dove introdusse anche l’amico Teresio Olivelli, insieme fondarono il giornale clandestino il Ribelle collaborando con Oscar, la rete clandestina di giovani e sacerdoti della Diocesi che salvò migliaia di ricercati politici ed ebrei e a cui partecipò anche don Giovanni Barbareschi.

Due mesi prima dell’arresto, in una lettera alla moglie Albertina (18 gennaio ’44), scrive: “Appunto perché ho figli sento che occorre per loro salvare l’avvenire dell’Italia, della civiltà, della libertà, della dignità: per essi voglio dare il mio contributo alla ricostruzione del domani, riserbandomi la gioia di avervi uniti e stretti attorno a me nella nostra casa, quando la pace, quella vera, tornerà a sorriderci e a consolarci». Dopo anni di oblio il 16 aprile 2019 mons. Mario Delpini, primo arcivescovo al Campo della Gloria del Cimitero Maggiore di Milano, ha ricordato la sua figura. «Vorrei prendere spunto da un uomo come Carlo Bianchi, per dire che c’è un modo un po’ speciale dei cattolici di buona volontà, di reagire a quello che è sbagliato: seminare il bene per combattere il male». Tra gli insegnamenti lasciati da Carlo Bianchi mons. Delpini ricorda anche quello di aver saputo coltivare «un programma di vita che non era uno scritto, ma una prassi che Carlo Bianchi ha messo in atto anche prima, e a prescindere dall’oppressione fascista e dal momento drammatico della guerra e di quella civile, avviando quella che si è chiamata la carità dell’Arcivescovo, cioè un luogo di cura e di attenzione medico e giuridica a coloro che non potevano accedere alle cure mediche e all’assistenza giuridica». La Carità dell’Arcivescovado era al servizio dei bisognosi e delle vittime in una città lacerata dai bombardamenti. Oggi è la figlia Carla Bianchi Iacono a guidare l’opera avviata dal padre. Mentre il regime fascista raccoglieva il consenso popolare Carlo Bianchi rimase sempre fedele ai suoi ideali di libertà. Nella parrocchia dei Santi Nazaro e Celso alla Barona frequentava l’oratorio. In una lettera del novembre 1949 don Carlo Banfi ricorda la sua presenza attiva di giovane studente iscritto all’Azione Cattolica. «Assisteva i ragazzi, faceva la dottrina, prendeva parte alle piccole recite, giocava con gli altri sempre pronto agli scherzi bonario, alla sana allegria. Quando era con gli altri, non era mai diverso dagli altri. […] Il secondo suo merito fu quello di incoraggiare con l’esempio, coll’opera, col suo valore personale, i primi tentativi di Azione Cattolica in quel greggio ambiente della Barona».
Nel carcere di Fossoli, grazie all’aiuto di don Giovanni Barbareschi, Carlo Bianchi riesce a fare pervenire clandestinamente diverse lettere alla moglie Albertina. L’11 luglio, vigilia della sua uccisione, scrive la sua ultima lettera. “Allegra, gioia mia e serena sempre: presto ci vedremo e saremo felici e ci faremo tanta compagnia. […] Baciami tanto i bambini, a te un abbraccio forte. Carlo». La lettera è accompagnata da un breve messaggio per l’amico Testori e amici milanesi dell’Azione Cattolica di Milano. “Caro Testori, unisco il mio affettuoso saluto e ricordo per te e amici, Camurati, Colnaghi, Carletti, ecc: un pensiero particolare agli assistenti che ci ricordano nelle loro preghiere sacerdotali. Dì a Carletti che ci sforziamo di fare un “Raggio di Campo”. Vi ricordiamo spesso e vi siamo vicini nel lavoro d’apostolato, di bene, di carità, d’amore che a noi è tolto di effettuare e per il buon esito del quale tutti i soci AC di qui offrono le loro sofferenze». Dopo la Liberazione del 25 aprile 1945 il giornale il Ribelle (a. II, n.5), non più clandestino, porta un editoriale dedicato alla Liberazione. Nell’articolo di spalla Chi manca!, don Giovanni Barbareschi ricorda la figura amica di Carlo Bianchi. “Ora ci siamo ritrovati, ma le nostre fila sono scarnite. Penso soprattutto a te oggi, Carlo, a te che hai voluto offrire i tuoi quattro figli, uno dei quali non ti ha neppur potuto vedere. […] Di te non abbiamo mai parlato sul giornale, ma non ne avevamo il coraggio. Sarai ricordato sempre, perché lo meriti, perché ci hai dato forza e coraggio nella lotta. Ma come allora, come quando era tra noi, oggi ancora abbiamo il coraggio di attaccarci a te e di chiederti qualcosa. Ti chiediamo, Carlo, di essere sempre con noi, di proteggerci perché il nostro cammino sia sempre degno di coloro che colla donazione della loro vita lo hanno aperto».
Durante l’incontro Dalla Resistenza al futuro, organizzata dalla Fondazione culturale Ambrosianeum con l’Arcidiocesi di Milano (20 aprile ’21), mons. Mario Delpini ha ricordato nuovamente la figura di Carlo Bianchi come
«un educatore perché ha capito con chiarezza una idea, un valore, una fede da praticare, una proposta che interpella perché ha vissuto la sua fede, la sua responsabilità in una aggregazione, in una Fuci, in una Azione Cattolica, cioè in un popolo che cammina e perché questa chiarezza della proposta, questa appartenenza ad una associazione gli ha dato i criteri per dire sì, per dire no. Per dire questo è bene, lo faccio anche a rischio della mia vita, questo è male e non lo faccio anche se sarebbe tanto facile. Questa sera vogliamo educare nella forma della pietra d’inciampo, forte per evitare di camminare svagati, distratti e randagi».
Silvio Mengotto






