«Voglio agire indipendentemente dall’approvazione o dalla disapprovazione del mondo, ma unicamente per il fine di compiere la volontà di Dio». Sono parole scritte da un giovanissimo Giuseppe Lazzati sul proprio diario al termine di intensi esercizi spirituali. Ne mostrano già la tempra, la fede, la determinazione, l’intelligenza. Parole richiamate da don Cristiano Passoni, assistente generale dell’Ac ambrosiana, nel saluto introduttivo alla messa celebrata sabato 15 maggio, nella splendida chiesa di via Sant’Antonio, sede dell’Azione cattolica di Milano. Una celebrazione, nel 35° della morte del Venerabile, promossa da Azione cattolica, Fondazione Lazzati, Istituto Cristo Re, Associazione Città dell’uomo e Fuci.
La celebrazione è stata presieduta da mons. Luca Raimondi, vescovo ausiliare di Milano e responsabile per il laicato della Conferenza episcopale lombarda. Accanto a Raimondi, sull’altare, il vescovo mons. Giuseppe Merisi, mons. Giuseppe Grampa, don Walter Magnoni, don Cristiano Passoni e don Fabio Riva.
Durante l’omelia, don Luca, partendo da una conferenza a suo tempo tenuta proprio da don Grampa, con alcune commoventi confidenze sugli ultimi istanti di vita del professor Lazzati, ha fra l’altro affermato: «Sarebbe pretenzioso riassumere in questa liturgia che ricorda la sua nascita al cielo, la vicenda umana di un laico cristiano che fu cultore dei Padri, professore e magnifico rettore dell’Ateneo cattolico, presidente dell’Azione cattolica, politico e padre costituente, fondatore di un istituto che professa i consigli evangelici. Egli ha vissuto le stagioni non facili delle burrasche sia della guerra, come della prigionia e poi della contestazione che si affacciava sugli anni di piombo; così come ha vissuto con fedeltà evangelica e tutto il suo bene per la Chiesa, le divergenze di opinioni in seno alla Chiesa stessa. Qual è stato il suo segreto per affrontare con serenità tutto questo? Quale metodo di vita cristiana ancora ci offre con evidente contemporaneità? Che cosa gli ha dato la forza, di fronte alla morte, di compiere quel gesto di stendere le mani verso una speranza incrollabile? La risposta la trovo nella parola del Vangelo di oggi che abbiamo appena ascoltato: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla”. L’immagine del tralcio attaccato alla vite è riassuntiva della testimonianza di Lazzati. Nel vangelo di Giovanni, il verbo rimanere (come anche il dimorare) dicono molto di più di una frequentazione o dello stare sotto lo stesso tetto o del condividere qualcosa. Il “rimanere” giovanneo indica la volontà di entrare nel cuore dell’altro, nel suo pensiero, nel suo stile di vita: potremmo definirlo uno sforzo empatico e cioè lo sforzo di immedesimarsi completamente nell’altro. Questo è il “rimanere” che ha nutrito la vita di Lazzati. La sua comunione amorosa con Gesù Cristo ha condotto molti che lo hanno conosciuto e conduce ancora noi oggi, a porre a lui la domanda che ci richiamava la prima lettura, dal Cantico dei Cantici: “Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro?”».
Il vescovo ha aggiunto: «La frequentazione dell’Amato ha portato Lazzati a dare frutto nell’invitare il cristiano di allora e di sempre a “rimanere” nell’amore del Signore. E questo “rimanere”, per lui, ha significato il continuo richiamo, per se stesso e per gli altri, ad una formazione costante. La formazione per Lazzati non era un concetto intellettualistico e asettico: da essa e solo a partire da essa, si generano i frutti auspicati da Gesù per coloro che sono consapevoli che (come dice Gesù): “Senza di me non potete fare nulla”. Sentiamo importante questa eredità di Lazzati in un momento nel quale la Chiesa è invitata a scoprire come permanente uno stile sinodale e un investimento ancora più efficace sulla figura del laico. Occorre sfuggire la tentazione – e lo dico da vescovo – che ci ha fatto ridurre la figura del laico cristiano a qualcuno che “fa le cose per noi”, nei recinti delle parrocchie o delle nostre istituzioni. Lazzati ci richiama ad una formazione e ad un ascolto proficuo dei laici che operano, in quanto battezzati, nei campi della vita professionale e sociale del nostro tempo. Lazzati ci ha mostrato la dignità del laico cristiano che vive il suo essere adulto in una Chiesa che non ha paura del confronto».

Infine: «Cosa ci direbbe Lazzati in questo tempo? Forse ci inviterebbe a pensare in questo tempo “sospeso”, rifiutando la tentazione di perderci a guardare la terra che ci manca sotto i piedi. Ci inviterebbe, forse, ad approfittare del nostro sentirci “sospesi” per avere il coraggio di guardare verso l’alto, con la consapevolezza di essere tralci ancora più ancorati alla vite. Così potremo nutrire quella speranza che ci invita, mentre ritroviamo il senso del nostro esistere, a sentire che abbiamo i piedi saldamente poggiati su questo mondo per il quale Cristo ha dato la vita. E che quindi questa società e questo mondo, senza sterili nostalgie o pessimismi inutili, rimangono “la città dell’uomo” nella quale siamo sempre chiamati a dare frutto».
Al termine dell’omelia ha preso la parola anche mons. Merisi, sottolineando, a partire dall’eredità lazzatiana, il ruolo del laicato nella Chiesa e in particolare dell’Azione cattolica.
Antonio Vendramin, dell’Istituto Cristo Re, ha quindi ricordato l’appuntamento on line di martedì 18 maggio (giorno della morte di Lazzati), con il dibattito sul tema “Giuseppe Lazzati: vivere l’Università tra fede e cultura”, con relazioni di Franco Monaco e Luciano Caimi.






