Arrivo all’incontro con Gemma Milite Calabresi affannata, stanca e anche un po’ influenzata. Ci arrivo con il mio sguardo piccolo e ripiegato sulle cose, proprio di chi, nel correre quotidiano, si dimentica il cielo, il respiro, l’appartenenza a una Vita molto più grande e profonda delle proprie egocentriche faccende. Ma, appena la signora Calabresi inizia a raccontare ai giovani dell’Azione Cattolica Ambrosiana la sua storia, ritrovo quel cielo smarrito.
Gli occhi di Gemma
Gemma non guarda mai i fogli su cui ha dato ordine ai pensieri, ma guarda noi e lo fa con occhi zuppi di Cielo. Sono azzurri e luminosissimi, sorridono: già dicono di un miracolo. Basta entrarci dentro per capire che, negli anni, hanno avuto la forza di far crollare tante barriere, di cercare ostinatamente il vero volto dell’altro, al di là dei limiti, degli errori, degli orrori commessi. “Gli altri sono il patrimonio più importante che abbiamo sulla terra”. Un brivido mi percorre la schiena. Dentro a questi “altri” c’è anche chi, la mattina del 17 maggio 1972 ha sparato a Gigi, suo marito, togliendoglielo per sempre; ci sono tutti quelli che hanno avuto la responsabilità di addossare a un innocente la colpa della morte di Pinelli e di condurre una vera e propria campagna d’odio che ha messo in croce non solo il commissario Calabresi, ma anche i suoi bambini, sua moglie, gli amici. Eppure, per Gemma, oggi, anche loro appartengono a quel “patrimonio” e, mentre parla, dentro a un silenzio quasi surreale, in cui noi giovani abbiamo il fiato sospeso perché non siamo abituati a così tanta vita e bellezza, è tangibile che non si tratti di una frase buonista o ingenua, ma di una pagina di Vangelo contemporanea che diventa un orizzonte, una possibilità, una speranza che ci riguarda.
La fatica e il dolore
Gemma non ci nasconde la fatica e il dolore che ha dovuto attraversare e che ancora vive, però ci assicura che nonostante il male, il bene ha la meglio. “È più facile incontrare il bene piuttosto che il male”. Altro brivido. In un tempo in cui le notizie ci stordiscono per la violenza di cui sono piene, non è immediato fare spazio a questa constatazione. “Come si fa, Gemma, non solo a sopravvivere a un torto così grande, ma a trasformalo in vita?” Glielo chiediamo perché intuiamo che abbiamo il privilegio di toccare un frammento di significato buono per la nostra esistenza e vorremmo strapparle il segreto per poter arrivare, un domani, ad avere la sua stessa grinta, la sua passione e, almeno un po’, del suo senso dell’umorismo… Come si fa, Gemma, a fare spazio al bene, quando il male che ti hanno fatto sembra assoluto?
La sua risposta si articola lungo tutta la serata, costruendosi su episodi capitati negli anni, su incontri e parole che l’hanno messa in cammino. Ma il filo rosso che tiene insieme tutto questo è la fede. Mi spiazza quando all’inizio della sua testimonianza ci spiega la differenza tra essere credenti e avere fede. “Io ero credente prima dell’omicidio di Gigi. Avevo ereditato una certa religiosità grazie alla mia famiglia, andavo a messa, pregavo, ma non avevo ancora fede. La fede è arrivata dopo, quando ho intuito che c’entrava con la vita stessa, che era un incontro continuo con Dio dentro alle cose della vita. La fede non mi ha tolto il dolore ma gli ha dato un significato e lo ha reso attraversabile.”
Il ruolo della fede
Per Gemma la fede non è stata un palliativo che ha anestetizzato il dolore, ma un dono che, tuttora, le permette di riconoscere il significato profondo delle cose e che coltiva attraverso una preghiera vivace. Ci racconta di come le preghiere di tante persone, anche sconosciute, l’abbiano sostenuta e continuino a sostenerla, e di come, a sua volta, anche lei si serva di questo strumento per accarezzare le ferite di chi incontra e affidarle a quel Dio che le è così intimo e amico. “La preghiera è una forza. Non toglie niente a nessuno. È una forma d’amore”.
Le brillano gli occhi e, adesso, brillano un po’ anche a me. Quanti alibi cadono di fronte a una storia del genere! Non è vero che certe ferite compromettono la gioia. Non è vero che il male che ci circonda è schiacciante e paralizzante… Possiamo sempre scegliere un di più: sta tutto nell’Amore che dà vita. “Bisogna avere coraggio. Il perdono non è una debolezza, è invece una forza. Non ti perdi niente se fai il primo passo!” Quella di Gemma (e, potenzialmente, di ciascuno di noi) è una storia di coraggio e di primi passi, è il Vangelo che torna a farsi carne nella nostra storia e nel nostro tempo.
Elisabetta Fumagalli






