Trent’anni è l’età in cui, almeno simbolicamente, si entra in una fase adulta della vita. A trent’anni ci si aspetta stabilità, una certa definizione di sé, una direzione da prendere. Ma cosa significa avere trent’anni per la Bosnia-Erzegovina?
Sono passati trent’anni dalla fine del conflitto nell’ex Jugoslavia. Una guerra che troppo spesso è stata raccontata attraverso semplificazioni: odio etnico, conflitto religioso, rivalità ancestrali. Narrazioni rassicuranti, perché riducono la complessità e allontanano la responsabilità omettendo che quella guerra è stata il prodotto di scelte politiche, di leadership nazionaliste, di una comunità internazionale incapace – o non disposta – a intervenire in tempo.
Trent’anni da Srebrenica, dopo che il mondo aveva pronunciato le parole “mai più”, eppure il genocidio tornò sul suolo europeo.
Trent’anni dall’assedio di Sarajevo: 1.425 giorni sotto il fuoco costante, oltre undicimila civili uccisi.
Trent’anni dagli accordi di Dayton, che hanno fermato le armi, ma allo stesso tempo hanno anche cristallizzato le divisioni, istituzionalizzando una forma di politica che spesso paralizza il Paese.
Oggi si può parlare di pace nei Balcani occidentali, intesa come assenza di guerra, però non come costruzione di unità. Nonostante tutto, la Bosnia-Erzegovina resta un laboratorio di convivenza: fragile, contraddittorio, però necessario.
In un tempo in cui nuove guerre attraversano il mondo, e in cui quel “mai più”, già citato, sembra perdere ancora una volta consistenza, guardare alla Bosnia-Erzegovina significa interrogarsi sul presente: su cosa significhi davvero costruire la pace, su quanto sia facile perderla, su quanto lavoro richieda mantenerla. Per cercare una risposta a queste domande, si può partire da un luogo preciso: Sarajevo.
Sarajevo, che è più di una capitale, si impone come una chiave di lettura: uno spazio in cui la storia non si è mai davvero sedimentata.
Città di incontro, ha rappresentato per secoli un punto di contatto tra mondi diversi, religioni e lingue differenti. Oggi porta ancora i segni della guerra e quelli di una resistenza silenziosa: pur accerchiata dai cecchini, Sarajevo ha mostrato che è possibile, anche durante un assedio, difendere uno spazio umano e culturale, organizzando concerti, spettacoli teatrali, proiezioni di film e perfino concorsi di bellezza.
“Sarajevo, ljubavi moja” – Sarajevo, amore mio – canta Kemal Monteno in una delle canzoni più amate dedicate alla città, divenuta nel tempo una sorta di inno affettivo e collettivo. In quelle parole si coglie qualcosa che va oltre la nostalgia: un legame profondo, quasi ostinato, tra la città e chi la abita.
Quell’esercizio di resistenza prosegue nella quotidianità, tra memoria e presente, in una convivenza che non è mai data una volta per tutte e che va costruita giorno dopo giorno.
In Bosnia-Erzegovina, convivere e guardare al futuro è una pratica faticosa. Come ogni trentenne, oggi il Paese è chiamato a decidere cosa fare della propria storia e come immaginare il domani.
Giovanni Castiglioni






