Alla faccia di chi si aspetterebbe titoli seriosi e, diciamo la verità, un po’ noiosi, l’arcivescovo Mario Delpini ci stupisce (e non è la prima volta) e propone un anno pastorale che ha per parole-guida allegria, godimento e gioia. Cosa c’è, del resto, di più evangelico del testimoniare che la vita è bella? Non della bellezza facile delle pubblicità e di Instagram, ma di una bellezza profonda, autentica, capace di non tenere per sé la gioia ma di donarla agli altri.
«Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?». Lo stile sinodale per la missione di irradiare la gioia cristiana è il titolo della proposta per l’anno 2026-27 che, in continuità con quello precedente, intende «portare a casa» la sinodalità. Non da intendere come una tecnica più “democratica” per gestire il potere nelle Chiesa ma, come dice papa Leone XIV, come «uno stile, un atteggiamento che ci aiuta ad essere Chiesa, promuovendo autentiche esperienze di partecipazione e comunione».
L’arcivescovo lo dice a modo suo in modo efficace: ««Essere oggi la Chiesa di sant’Ambrogio in questo terzo millennio» significa «essere un popolo che costruisce la propria identità non tanto tracciando confini, non creando isole artificiali di normalità, utili per etichettare in modo difensivo e offensivo tutto ciò che è diverso come patologico, quanto piuttosto costruendo piazze, luoghi di incontro, di confronto e di dialogo, dove crescere insieme, spazi che trasformano i tanti individui, singoli e soli, in una comunità guidata dallo Spirito nel nome di Gesù Cristo». Una frase che è già tutta un programma, che chiede un cambio di postura alle nostre comunità quando pensano di essere, tutto sommato, il meglio della società, quelli che hanno tutto da insegnare agli altri. Cambio di postura nel senso di diventare accoglienti e non giudicanti ma nello stesso tempo propositive di un modo di vivere che è, appunto, «la gioia cristiana».
Quest’anno, che l’arcivescovo sa con probabilità essere il suo ultimo alla guida della Chiesa ambrosiana, cade in un momento cruciale per il successo del cammino sinodale della Chiesa universale. «La produzione di una pluralità di documenti corposi che si devono tener presenti contemporaneamente, la ripetizione di insistenze che la prassi spesso mortifica, atteggiamenti di scetticismo in alcune parti del clero hanno contribuito a creare un clima di stanchezza», ammette monsignor Delpini. Tuttavia, si tratta di provare finalmente a far diventare prassi le intuizioni dei Padri e della Madri sinodali. Serviranno, dice Delpini, momenti di formazione a vari livelli e l’investimento sugli organismi di partecipazione (consigli pastorali e assemblee sinodali decanali). E su questo l’Azione cattolica potrà fare la propria parte.
Ma la sinodalità non è un concetto o una teoria. «I cristiani sono persone “originali”», dice l’arcivescovo. «Per essere capaci di vivere e rendere visibile questo stile si deve imparare, fare esercizi. Si deve provare e riprovare, sbagliando infinite volte e infinite volte ricominciando». Adesso o mai più!
Paolo Rappellino





