Mentre ci si avvia all’inizio del nuovo anno, un comune orizzonte e due sentieri programmatici fanno da traccia al cammino. Essi parlano la stessa lingua e concorrono ad un modo di procedere, che, pur in mezzo a qualche fatica e resistenza, si preannuncia fecondo per la Chiesa a venire.
L’orizzonte comune è quello dello stile sinodale per la missione e i due sentieri programmatici sono, da un lato, la Proposta pastorale dell’Arcivescovo, Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?, dall’altro la traccia di documento assembleare All’alba, sulla riva, che ravviverà la riflessione dell’intera Associazione, in vista della celebrazione dell’Assemblea elettiva il prossimo febbraio.
I punti di partenza, del resto, sono del tutto corrispondenti. L’intuizione della Proposta pastorale è quella di riconoscere nel modo di procedere sinodale una «profezia sociale», secondo quanto già indicato nel documento finale del Sinodo universale. Così scrive il nostro Arcivescovo:
«Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca che ci tocca anche come Chiesa. Si riconosce una trasformazione molto forte del corpo ecclesiale: cambia il modo di essere cristiani, faticano le forme tradizionali di impegno, le vocazioni, fatichiamo a vedere nuove risorse ed energie per la fede nei cattolici venuti da altri Paesi e culture, nel dialogo ecumenico e nella collaborazione con altre religioni e istituzioni».
Di qui anche il rischio, sempre possibile, per l’Associazione, per la Chiesa in generale e di tante altre realtà sociali e culturali, di irrigidirsi nelle forme ereditate. Tuttavia, di qui anche l’idea di osare qualche passo nuovo, dentro una prospettiva precisa: «dal fare per» al «fare con».
Sembra solo un gioco di parole e, invece, si tratta dell’assunzione di un punto di vista non scontato, in grado di leggere le trasformazioni in corso e aprire nuovi scenari di grazia. La profezia sociale, infatti, è molto cristiana e teologale. Essa indica la via, come ancora scrive l’Arcivescovo, per «essere un popolo che costruisce la propria identità non tanto tracciando confini, non creando isole artificiali di normalità, utili per etichettare in modo difensivo e offensivo tutto ciò che è diverso come patologico, quanto piuttosto costruendo piazze, luoghi di incontro, di confronto e di dialogo, dove crescere insieme, spazi che trasformano i tanti individui, singoli e soli, in una comunità guidata dallo Spirito nel nome di Gesù Cristo». Nella stessa traccia si colloca la bozza del documento assembleare.
Sullo sfondo c’è la bellissima icona biblica di Gv 21, un capitolo molto interessante, perché evidenzia una stagione di Chiesa ancora fondativa, eppure già in rapida transizione. Collocandosi idealmente in quella transizione, il documento individua la condizione e la certezza che hanno animato e devono animare la comunità cristiana.
La condizione è l’insuperabile ordinarietà della vita: «non un luogo lontano, ma il quotidiano che abitiamo. È lì che il Risorto si manifesta: nel lavoro, nelle relazioni, nelle notti difficili, nelle fatiche che sembrano non portare frutto». La certezza che accompagna, invece, è quella del Risorto che sempre e “di nuovo” si manifesta alla sua Chiesa. «Nel suo venire instancabile – leggiamo –, ci consegna una novità da vivere, slanci da ritrovare, prospettive da osare». La convinzione è serena e consolante: «Su quella riva ci siamo noi, con le nostre sconfitte e delusioni; ci sono le nostre realtà ecclesiali, con divisioni e smarrimenti; c’è la comunità civile, con contraddizioni e cadute». Così tutti siamo attesi, raggiunti e rimessi in cammino.
Don Cristiano Passoni





