Di fronte ai fatti successi nei giorni scorsi a Milano, non possiamo rimanere indifferenti; ci sentiamo interpellati a più livelli, nel nostro essere donne e uomini impegnati in campo educativo, ecclesiale, sociale e civile.
Mentre condanniamo in modo netto e unanime la violenza che ha devastato la città, ci lasciamo provocare dalla numerosità e dalla giovane età dei ragazzi coinvolti. Neppure intendiamo trascurare, e semmai ci lasciamo interrogare, dal disagio e dalle ragioni dei tanti che hanno manifestato pacificamente a Milano come in altre città d’Italia.
Come associazione impegnata in particolare a livello formativo cogliamo – non solo ora – una crisi sociale ed educativa molto forte, che non è possibile liquidare con commenti affrettati e superficiali.
Chiamare in causa le famiglie ha senso nella misura in cui si conosce e si coglie la fragilità di tante situazioni familiari e ci si mette in gioco nel sostenerle; altrimenti, si tratta di accuse sterili e poco costruttive.
Chiamare in causa la scuola ha senso nella misura in cui abbiamo consapevolezza della quantità di sfide a cui viene chiesto alla scuola di rispondere, della povertà di risorse di cui dispone, della sua unicità come agenzia educativa che accoglie e si fa carico di tutti.
Educare, verbo al plurale
Occorre piuttosto chiamare in causa tutte le agenzie educative (oratori, associazioni, centri sportivi, centri di aggregazione…) per un lavoro corale e coordinato, che metta al centro proprio i ragazzi più fragili, quelli che vanno “cercati”, in sinergia con scuola e famiglie.
Fondamentali devono altresì essere il senso di responsabilità e una ritrovata capacità di risposta delle istituzioni politiche. Da esse devono giungere segnali di attenzione e veri investimenti e risorse per la realtà giovanile (oltre a limpide testimonianze, coerenza e impegno fattivo per il rafforzamento del tessuto sociale). I decreti muscolari, elettoralmente definiti “anti maranza”, non serviranno a dare nuove prospettive all’età giovanile, ovvero ai nostri figli e ai nostri nipoti!
D’altro canto, l’impegno educativo non può prescindere dalla lettura del contesto.
La costruzione di città e quartieri in cui le disuguaglianze sono sempre più forti non aiuta la crescita di chi deve potersi immaginare un futuro; nelle periferie esistono problemi reali: dispersione scolastica, mancanza di opportunità, situazioni abitative problematiche, povertà educativa, emarginazione sociale.
Ci sono anche problemi più ampi: la ricerca di visibilità, l’emulazione attraverso i social media, la fascinazione per la trasgressione e una forte difficoltà del mondo adulto a svolgere un ruolo educativo; questi problemi attraversano le diverse classi sociali in modo trasversale.
Le sirene dei social suonano assordanti nella insufficienza di diffuse e “popolari” opportunità sportive e di attività ricreative e culturali, nonché della inadeguata presenza di adulti che sanno esserci, capaci di valorizzare i tratti dell’età giovanile, ma anche contenerne e regolarne gli eccessi.
Un supplemento di impegno
Crediamo allora che occorra un supplemento di impegno. A livello educativo, occorre interrogarsi – in ogni territorio – su quanto sia forte l’investimento sui ragazzi e sui giovani, come attenzione, risorse, priorità; quanto si sia capaci di attivare il loro protagonismo, quanto si sappia mostrare un futuro possibile, quanto si faccia “lavoro di squadra” con le diverse realtà presenti e attive su questi temi.
Il mondo adulto deve chiedersi quanto e come si sia presenti per e con i ragazzi; quanto si è disponibili a mettersi in gioco e a sostenere la loro crescita in tutti i contesti e le situazioni e con le specificità delle rispettive vocazioni. C’è una esigente chiamata alla presenza e alla testimonianza che accomuna tutti gli adulti.
L’espressione del dissenso, l’impegno, la capacità di dialogare, il rispetto della persona, la giustizia sociale: che cosa mostriamo ai più giovani? Quando ci guardano (anche se non sembra), quali modelli di adulti vedono?
La psicologia ci dice che il compito dell’età adulta è la generatività; la chiamata del Vangelo a dare la vita non può lasciarci sordi di fronte al richiamo delle giovani generazioni.
Non ultimo, avvertiamo a livello personale anche domande più profonde che scuotono il credente che è in noi: ci interessa di questi ragazzi? Desideriamo per ognuno di loro un futuro in cui possano esprimersi, lavorare, essere felici, portare il loro contributo alla società?
“Ciascuno cresce solo se sognato”, scriveva Danilo Dolci; ci sentiamo responsabili nella costruzione di un sogno comune, in cui tutti possano crescere.
Consiglio diocesano
Azione Cattolica Ambrosiana






