Dopo l’intensa esperienza dello scorso anno, che ha visto camminare sui passi del beato Pier Giorgio Frassati a Oropa, l’Azione cattolica ambrosiana si è messa in viaggio nella campagna mantovana per vivere, insieme ai soci e simpatizzanti, una giornata di spiritualità, cultura e fraternità a Bozzolo (17 ottobre), borgo in provincia di Mantova ma diocesi di Cremona, intriso di storia e memoria, per riscoprire la straordinaria testimonianza di don Primo Mazzolari. Papa Giovanni XXIII lo chiamò la “Tromba dello Spirito”. Il professor Giorgio Vecchio è stato l’autorevole guida che ha accompagnato tutti i partecipanti, sia alla visita della canonica della parrocchia di Bozzolo, sia alla Fondazione che porta avanti l’enorme eredità spirituale e culturale di don Primo Mazzolari, promuovendo studi, pubblicazioni, convegni per approfondire la figura del parroco di Cicognara e di Bozzolo e divulgarne il messaggio. In mattinata lo stesso professor Vecchio ha svolto, nella sala civica di Bozzolo – dove l’Ac è stata accolta dal sindaco Giuseppe Torchio e da Daniele dall’Asta, segretario della Fondazione Mazzolari – un’ampia relazione sulla figura e il pensiero di don Primo, mettendone in luce le principali tappe della vita e i capisaldi umani e spirituali.
Don Primo Mazzolari, “Parroco d’Italia”
La Fondazione ha avuto due autorevoli visite. La prima del presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’11 novembre 2016, la seconda di papa Francesco, il 20 giugno 2017, definendo don Primo Mazzolari “parroco d’Italia”. Don Mazzolari è stato protagonista nella storia del Novecento italiano. Da cappellano militare partecipa alla prima guerra mondiale. La morte in trincea del fratello Peppino, il contatto con la tragedia della guerra lo conducono nel corso di quattro decenni a un radicale ripensamento sui temi della guerra e della giustizia.
Nella parrocchia di Cicognara si scontra più volte con il regime fascista. Nel 1932 è nominato arciprete nella parrocchia unificata di Bozzolo. Nella nuova comunità parrocchiale trae ispirazione per i suoi numerosi scritti. Tiene rapporti epistolari e pastorali con molti confratelli, con personaggi politici, con donne di diversa estrazione sociale, con figure della cultura del suo tempo. La Fondazione custodisce, in un gigantesco archivio, anche una preziosa cartolina della scrittrice e Premio Nobel, Grazia Deledda, indirizzata a don Mazzolari dove lo ringrazia per l’accoglienza ricevuta in passato.
Fede profonda, spirito profetico
Con spirito profetico, non privo di difficoltà, proibizioni curiali e censure vaticane, don Mazzolari anticipa molti temi del Concilio Vaticano II: la priorità ai poveri, il primato della Parola, l’impegno caritativo, il ruolo dei laici nella comunità cristiana, la pace e la giustizia sociale, il dialogo con i non credenti e i fedeli di altre confessioni (i “lontani”). La sua ricerca costante di un nuovo metodo di apostolato è il motivo profondo delle incomprensioni dentro la Chiesa.
Nel 1934 don Mazzolari pubblica La più bella avventura, una provocante rilettura della parabola del figliol prodigo dove la colpa più grave viene rivolta non al “prodigo” che, pur sbagliando, cerca una redenzione, ma al fratello maggiore che, convinto di essere nel giusto, erige un muro sia al fratello, sia alla misericordia del padre. Dietro alla figura del fratello maggiore, c’è la denuncia pesante di criticità della Chiesa dell’epoca. Il libro viene denunciato al Sant’Uffizio che lo giudica erroneo (1935). Sulla medesima onda sono i libri Il Samaritano e La Samaritana.
Tra gli interessi, in forte anticipo con la primavera conciliare, troviamo il tema della parrocchia e dei laici che tiene banco nel percorso sinodale di oggi. “Dopo la Messa – scrive don Mazzolari nel testamento – il dono più grande: la Parrocchia, un lavoro forse non congeniale alla mia indole e alle mie naturali attitudini, e che divenne invece la vera ragione del mio ministero”.
Sul tema don Mazzolari pubblica diversi libri: Il mio parroco. Confidenze di un povero prete di campagna (1932), Lettere sulla parrocchia. Invito alla discussione (1937), La Parrocchia (1957). In questi libri si sottolinea la necessaria partecipazione dei laici nella comunità cristiana, nella parrocchia. Don Mazzolari è convinto che la Chiesa locale ed universale abbia bisogno di laici creativi, non clericali, che per il bene della Chiesa ragionino con la propria testa senza uniformarsi al parroco. Laici che sappiano annunciare, testimoniare, con passione il Vangelo giorno dopo giorno nella quotidianità.
I poveri, la giustizia, la pace
Dopo l’8 settembre ’43 don Mazzolari si schiera con la Resistenza. Viene arrestato più volte e decide di passare in clandestinità fino al termine della guerra. Dopo la Liberazione riprende il servizio a favore dei poveri, per la riconciliazione post-bellica, per la maturazione di una vera coscienza democratica e popolare. I segni più profondi di questa forma di partecipazione alla vita ecclesiale e sociale si riscontrano nella fondazione del quindicinale Adesso, pubblicato a partire dal 15 gennaio 1949.
Nel libro Il compagno Cristo (1945) don Mazzolari scrive: “La nostra grande colpa come cristiani non è che dopo duemila anni ci siano ancora dei poveri, ma che sia umiliante e vergognoso fare il povero in terra cristiana. E che qualche forma della nostra carità ne abbia ribadito la vergogna. […] Mi pare che ci fosse un giorno dell’anno in cui gli stessi schiavi venivano serviti a tavola dai padroni. Ma il giorno appresso si era da capo. Gesù li mette davanti; ma c’è anche lui coi poveri, povero come tutti e di più. Egli non è uno spettatore: fa il povero, è il Povero”.
Fare, prima beatitudine
Tra i lontani del dopoguerra don Mazzolari tocca l’abisso pastorale presente tra la Chiesa e il mondo dei lavoratori che trova più accoglienza nelle fila comuniste e socialiste. Nel 1954 don Mazzolari commissiona al pittore Andrea Fossombrone di dipingere una pala d’altare con la figura di Cristo lavoratore nella parrocchia di San Pietro in Bozzolo.
Per l’epoca un quadro rivoluzionario, forse unico al mondo, dove Gesù è dipinto come un lavoratore che, nella mano sinistra, porta la cassetta degli attrezzi del lavoro. “Cristo ci vuole operai – dice don Mazzolari – non contemplatori dei disegni e della volontà del Padre. Il Vangelo è un invito a fare; fare è la prima beatitudine. Il cristiano può essere tutto, fuorché attendista”.
Dopo una parziale “riabilitazione” del Sant’Uffizio, l’arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, lo invita a predicare alla Missione di Milano, nel novembre 1957. Nel frattempo, pubblica il libro Tu non uccidere (1955), dove esprime il suo deciso pacifismo, la condanna di ogni guerra e l’accoglienza del principio dell’obiezione di coscienza. “La guerra è sempre criminale – scrive don Mazzolari – in sé e per sé (poiché affida alla forza la soluzione di un problema di diritto); […] è sempre inutile strage (perché una soluzione di forza non è giusta; e sempre comunque apre la porta agli abusi e crea nuovi scontri: qual è la guerra giusta e quella ingiusta? […] Grandi e belle realtà la patria, il popolo, la libertà, la giustizia… Ma esse van servite con la pace”.
Il 5 febbraio 1959 viene ricevuto in udienza da papa Giovanni XXIII. Colpito da ictus cerebrale mentre predica durante la messa in parrocchia il 5 aprile successivo, muore una settimana dopo, il 12 aprile 1959, nella clinica San Camillo a Cremona.
Bella giornata di Ac. Il pellegrinaggio associativo, che ha raccolto una settantina di partecipanti, ha consentito di vivere una giornata in amicizia, compresi il pranzo, ospiti della parrocchia di Bozzolo, e una “tappa gastronomica” in un caseificio del cremonese. Insomma, una giornata ben riuscita, della quale occorre ringraziare tutti coloro che si sono adoperati per promuoverla e organizzarla.
Silvio Mengotto







