«Nella sede dell’Azione Cattolica in via Sant’Antonio – dice Maria Dutto – sentivamo tutti i tafferugli della Statale, poi il vociare del primo femminismo. Io e Marisa Sfondrini abbiamo detto ma noi dobbiamo stare alla finestra? Andiamo a sentire cosa dicono. Andiamo a vedere se le cose che dicono interessano anche noi»
Sollecitate da un gruppo di giovani donne, via streaming si sono svolti due appuntamenti (10 e 17 aprile ’21) per conoscere la storia del Gruppo Promozione Donna (GPD), lanciato nel ’72 da Maria Dutto e Marisa Sfondrini e concluso dopo oltre 40 anni di profezia.
«Andiamo a sentire cosa dicono»
Il ’68 ha visto anche il protagonismo delle donne. Una memoria emarginata da gesti e obiettivi estremi del neofemminismo nascente. Proprio l’emarginazione, paradosso della storia e di Dio, può diventare uno stato di grazia che «ti sottrae al potere e quindi al fango – dice Fabrizio De Andrè – . Ti avvicina al punto di vista di Dio». «Sempre Dio – dice papa Francesco – comincia con le donne, sempre».
Negli anni ’70 il clima culturale era quello di una “emarginazione” di fatto della donna. “L’uomo comanda, la signora obbedisce”. In Europa nascono spontaneamente i primi gruppi di contestazione femminile. Il clima era effervescente. «Dalla sede dell’Azione Cattolica in via Sant’Antonio – dice Maria Dutto – si sentivano i tafferugli della Statale, poi il vociare del primo femminismo. Io e la Marisa Sfondrini abbiamo detto ma noi dobbiamo stare alla finestra? Andiamo a sentire cosa dicono. Andiamo a vedere se le cose che dicono interessano anche noi. Poi il modo in cui risolverle ciascuno lo farà a modo suo. Abbiamo cominciato così e con tanta fatica perché anche il mondo cattolico non è che fosse tanto preparato». La preoccupazione di Maria Dutto era quella «di rinnovare dall’interno – dice Teresa Ciccolini – dell’istituzione cattolica la formazione delle donne e la consapevolezza della loro dignità, sospinta non solo dal Concilio, che aveva fatto emergere l’importanza dei laici all’interno della compagine ecclesiale, ma soprattutto delle istanze esterne del movimento femminista che rivendicava l’emancipazione in una società a dominio maschile e patriarcale, per non parlare della Chiesa». Nella Diocesi la lettera invito ebbe una risposta insperata e straordinaria. Pochissime le defezioni. Il GPD iniziò un lavoro calendarizzato da incontri sulla base di un programma individuato collegialmente. La focalizzazione attorno alla condizione della donna si ampliò in tutti gli spazi della quotidianità che vedevano impegnate le donne. Non una divisione sociale ma di genere. Dalla casalinga all’imprenditrice, alla politica era chiesto il loro contributo. Lo stesso rapporto con il clero «fu messo in esame – dice Marisa Sfondrini -. C’erano situazioni, atteggiamenti, che non corrispondevano alla nostra idea di uguale responsabilità dentro l’ambito sociale ed ecclesiale».
Nel grande fervore di adesioni la proposta del GPD si articolò su diversi piani. «La conoscenza – continua Teresa Ciccolini – delle rivendicazioni giuridiche in ambito familiare e lavorativo; quello più specifico delle affermazioni teologiche sulla subordinazione della donna; quella della convenienza nei secoli della struttura ecclesiale a costruire e mantenere la figura di donne sottoposte». Maria Dutto svolse un grande lavoro di tessitura per collegarsi con le esperienze conciliari che nascevano in Italia e nel mondo. Si invitarono le prime teologhe italiane che, dopo l’apertura alle donne nelle facoltà teologiche, cominciavano ad affacciarsi sulla scena pubblica. In primis Adriana Zarri, la prima teologa riconosciuta in Italia. Contatti con i gruppi di laiche, come la Libreria delle donne a Milano e, all’Università Statale, di Luisa Muraro considerata l’esponente del neofemminismo nascente. Il “sinodo delle donne”, che si celebrò prima, nel marzo del 1993, presso l’università Cattolica ha visto la preparazione e il concorso anche delle donne di formazione socialista e comunista.
«Voi dovete essere come le sentinelle del mattino, che guardano oltre e vedono l’aurora»
La presentazione del documento Mulieris dignitatem fu la chiave di ingresso in tanti gruppi che non avrebbero accettato la presenza del GPD . Un documento di grande respiro nei confronti della donna dove non pochi erano gli argomenti affrontati dal GPD. Nonostante l’aggancio con l’Azione Cattolica, il GPD non aveva un assistente ecclesiastico come era d’uso nell’Azione Cattolica. Una realtà non di poco conto, significativa e, per le circostanze storiche, contro corrente.
Sia mons. Giovanni Colombo che il cardinale C. M. Martini non ebbero mai nessun contrasto con il GPD, bensì un atteggiamento di ascolto, di incoraggiamento per il lavoro intrapreso. «Voi – dice C.M. Martini – dovete essere come le sentinelle del mattino, che guardano oltre e vedono l’aurora». Nell’aprile 1981 C. M. Martini, nel convegno a Milano Per una Chiesa in ascolto della donna disse: «La Chiesa deve porsi in ascolto. Deve lasciarle esprimere da protagoniste. Il loro modo di leggere, interpretare la vita ha una rilevanza che deve segnare un cammino pastorale che non può vedere le donne perennemente soggette o brave e fedeli esecutrici, quasi vergognose o timide di fronte alla forza che potrebbero esprimere in novità. I ministeri, carismi, servizi, sono doni per la comunità ed esigono una profonda e attenta rilettura che apra nuove vie alla comprensione del ruolo delle donne nella Chiesa». Parole profetiche che anticiparono quelle attuali di papa Francesco. «Non abbiamo mai – conclude Marisa Sfondrini – contestato il Vangelo, ma lo abbiamo letto con gli occhi di donna».
Silvio Mengotto






