Il racconto della Pentecoste (Atti 2) descrive un progetto di comunicazione della fede, cesella il linguaggio dell’evangelizzazione, ne esplora le dimensioni orizzontali e verticali, è una chiave d’accesso alla comprensione della narrazione di tutte le vicende di Atti.
Esso affonda le sue radici nella festa ebraica di Shavuot dove si celebra il “matan Torah” (dono della Torah al Sinai). Nel commentare il racconto, con un gioco di parole, il Midrash modifica Charùt‘al Haluchòt (Stampato sulle Tavole) con Cherùt al Haluchòt (Libertà sulle tavole) per sottolineare che la scrittura divina è totalmente libera da ogni limite, disponibile ad ogni incontro (la Meghillà letta in questa festa è la storia di Rut, la straniera). A Shavuot il dono dello Spirito di Dio viene accostato all’episodio di Giacobbe al pozzo (Gn 29,9-12): il pozzo diventa prefigurazione del Tempio di Gerusalemme, così come l’acqua della Torah.
Il racconto di Atti si colloca in questo filone, ridisegna la concezione della comunicazione a partire dell’irruzione dello Spirito, ovvero dal movimento creato dall’evento della risurrezione che scatena nuove comprensioni. Il linguaggio si trasforma in fuoco, apre spazi comunicativi. Così l’evento raccontato, insegna Ricoeur, non è solo resoconto, ma provoca una ri-figurazione, una trasformazione. La Pentecoste accade nello spazio pubblico, è “ratzon”, inizio di ogni storia. Il testo di Atti precisa che l’evento produce parola e azione, è attività e connota le parole come finestre e non muri (Rosenberg).
Amos Oz richiama queste caratteristiche nel romanzo Una pantera in cantina, dove racconta la storia di Profi, un ragazzino ebreo, che stipula un patto con il sergente Dunlop, un nemico: si insegneranno l’un l’altro le parole della propria lingua. L’amicizia è osteggiata dai fanatici, coloro a cui “manca immaginazione”, che non sanno dar spazio alla creatività della lingua.
Si comprende, quindi, come la lingua sia anche un’istituzione collettiva, democratica e orizzontale: Saussure la definisce un patto sociale. La Pentecoste, direbbe Rilke, descrive il vedere come ferita, esporsi ad un accadimento. È un’esperienza configurabile come l’essere scossi, afferrati. Benjamin rilancia nella distinzione tra “esperienza” ed “esperienza vissuta”. Questa è frutto del ricordo, frutto di costruzione di una narrazione di sé; l’esperienza, invece, è frutto di una memoria involontaria, è esposizione radicale, che porta con sé un’eccedenza, è un attraversamento. La spiritualità, l’irruzione dello Spirito, non è altro che la descrizione di questa esperienza, mette a fuoco una pratica mostrando il non ancora, il possibile altro.
L’evento delle Pentecoste provoca il nostro stile linguistico in ambito pubblico, è memoriale di un compito, attestazione di una responsabilità comunicativa ineludibile. Collide, per esempio, con i format dei dibattiti pubblici, con i toni del confronto politico, con i social media che offrono importanti vantaggi relazionali insieme alla banalizzazione del concetto di amicizia, all’assenza del non verbale, facilitando la rappresentazione alterata di sé e aumentando il phubbing (la tendenza a ignorare le persone fisicamente presenti per concentrarsi sul proprio smartphone). L’aspetto più inquietante delle relazioni dettate dall’algoritmo consiste nella formazione di “bolle di filtraggio”, dove gli utenti vengono esposti principalmente a contenuti che riflettono i loro interessi e valori preesistenti. Le nicchie tendono a radicalizzarsi, con l’algoritmo che amplifica posizioni sempre più estreme, provocando il cosiddetto “dopamine loop”. Si genera un modello di fruizione compulsiva e continua, si crea un ambiente iper-competitivo, si accentuano dipendenza e mancanza di trasparenza, si limita l’agency degli utenti.
Gli eccessi e i rischi di questa deriva li conosciamo e li sperimentiamo nella difficoltà di dialogo che viviamo. Ne I viaggi di Gulliver Swift racconta degli abitanti della terra fluttuante di Laputa, che si chiedono se non sia più giusto abbandonare le parole e tornare a comunicare mostrando gli oggetti. Ma allora come mostrare parole come mare, infinito, Dio, amore, pensiero? Non si può, se non ritornando e ricorrendo ancora a una lingua che contenga il fuoco dell’incontro.
Don Massimo Orizio, assistente regionale Ac Lombardia






