Il dibattito suscitato dal decreto del Governo sul contenimento della concentrazione in singole classi degli alunni non italofoni, come sarebbe stato più corretto chiamarli fin da subito, dimostra ancora una volta come sulla scuola spesso ricadano tensioni sociali – e interessi politici – ad essa estranei.
Alunni non italofoni: una questione che la scuola affronta da decenni
Come involontariamente evidenziato dalla presidente del Consiglio, infatti, il nostro sistema scolastico si occupa di integrazione degli alunni provenienti da altre nazioni da quasi trent’anni e i flussi migratori sono stati molto maggiori nel passato rispetto ad oggi, rendendo discutibile l’urgenza che dovrebbe essere all’origine di un decreto legge, dato che appunto il ministero dell’Istruzione ha normato questa situazione sin dai primi anni Novanta, come testimonia una circolare dell’allora ministro Mattarella, chiamata in causa a sproposito.
Negli anni di massima immigrazione nel nostro Paese, inoltre, si era provveduto a fornire alle scuole docenti distaccati per la mediazione linguistica e per l’integrazione, oltre a fondi specifici per gli istituti collocati in aree a forte processo immigratorio, tutti ausili che i vari governi, sia di centrodestra che di centrosinistra che “tecnici”, hanno progressivamente eliminato, non solo per risparmiare sulla spesa pubblica, ma appunto per l’attenuarsi del fenomeno.
Il tetto del 30% degli alunni stranieri nelle classi
Lo stesso limite del trenta per cento di alunni di cittadinanza non italiana per ciascuna classe introdotto dal ministro Gelmini non fu derogato, come spesso si è affermato in questi giorni, ma trovò scarsa applicazione, dal momento che prevedeva esso stesso eccezioni per chi aveva frequentato in Italia la scuola dell’infanzia e non aveva difficoltà nella competenza linguistica italiana.
L’integrazione non riguarda solo la scuola dell’obbligo
Se si vuole seriamente individuare un’emergenza nel sistema scolastico italiano relativamente agli alunni non italiani bisognerebbe invece occuparsi dei centri per l’educazione degli adulti, le vecchie scuole serali, oggi frequentate quasi esclusivamente da studenti extracomunitari proprio per imparare la lingua italiana, nonché della formazione professionale, dove la percentuale degli stranieri è preponderante per l’impossibilità diffusa delle loro famiglie di mantenerli agli studi oltre la qualifica professionale.
Ma di tutto questo il nuovo decreto non sembra occuparsi, mentre, come spesso capita, si coglie l’occasione per correggere altre norme di settore rivelatesi di complicata attuazione, quali la riforma dell’istruzione tecnica o l’introduzione del latino nella scuola secondaria di primo grado, avvalorando l’impressione di strumentalità dell’intervento.
Burka, divieti e sanzioni: quale idea di integrazione?
Le multe e i divieti introdotti sull’uso di alcuni copricapo musulmani, poi, continuano nella linea, inaugurata con i decreti Caivano e Cutro, dell’introduzione di nuove fattispecie di reato e di nuove sanzioni, che invece di favorire la coesione sociale aggravano i procedimenti amministrativi e penali, in un quadro istituzionale già sotto pressione. Andrebbe infatti compreso come conciliare l’inasprimento delle pene per i genitori responsabili dell’evasione dell’obbligo scolastico, previsto dal decreto Caivano, con le multe per chi manda a scuola le figlie con il burka, previste da quest’ultima norma. Come ha scritto il quotidiano Avvenire, «invece di favorire l’integrazione, i divieti alimentano la contrapposizione. Invece del senso di comunità, il senso di estraneità. Invece della scolarizzazione, la rinuncia agli studi».
La scuola ha bisogno di consenso, non di contrapposizioni
Le leggi sono strumenti al tempo stesso delicati e pesanti, da usare con attenzione e quando il senso civico, il sentire comune o il rispetto reciproco non sono sufficienti; dovrebbero essere una extrema ratio, specialmente se promulgate con la decretazione d’urgenza, non la rappresentazione di una posizione politica o, peggio, uno strumento di propaganda; andrebbero prima discusse in Parlamento e poi annunciate sulla pubblica piazza e, soprattutto, andrebbero costruite ricercando il massimo del consenso politico possibile, specialmente quando si occupano della scuola, ovvero del futuro della nostra nazione.
Si può dunque ritenere, come hanno sottolineato moltissimi operatori della scuola, impegnati “sul campo”, che siamo di fronte a disposizioni per un verso inapplicabili (il tetto del 30%) e per altro inutili (burka) perché già normate.
Il vero problema: garantire a tutti il diritto all’istruzione
In un Paese all’ultimo posto in Europa per numero di laureati, ai primi per giovani che non studiano e non lavorano, con una massiccia percentuale di analfabeti di ritorno, la preoccupazione di chi è oggi al timone dell’Italia dovrebbe essere di aumentare il più possibile la frequenza scolastica, non di renderla un percorso a ostacoli per una delle fasce più deboli della popolazione.
Si può, a questo proposito, ricordare il dettato dell’articolo 34 della nostra Costituzione: «La scuola è aperta a tutti».
Di fronte a quanto accade nel mondo della scuola, la società civile, le comunità religiose e lo stesso associazionismo cattolico non possono restare indifferenti. Il compito educativo è un impegno – e un’opportunità – nazionale. Nessuno può tirarsi indietro.
Gianni Borsa
Presidente Azione cattolica ambrosiana





