Primo dell’anno. Questa espressione, inevitabilmente, evoca in noi immagini di party sfavillanti, nevicate, calendari e buoni propositi. Tuttavia, per noi studenti universitari, il vero “primo dell’anno” è tra settembre e ottobre, quando le giornate si accorciano, l’afa estiva dà respiro e le foglie iniziano a cadere. È un momento di trasformazione, caotico e insieme stimolante, in cui l’anno accademico riparte, e con esso una routine fatta di lezioni, manuali, sbobine e dispense. Per qualcuno iniziare l’università vuol dire restare dove è nato e cresciuto, senza troppi cambiamenti, per qualcun altro svegliarsi al mattino e prendere un treno per raggiungere una nuova città, per altri ancora, iniziare una nuova vita da fuorisede. Ciò che è certo è che tutti, ma proprio tutti, si ritroveranno una mattina nella stessa aula, ciascuno con la propria storia, i propri sogni e quel miscuglio indecifrabile di entusiasmo e ansia da prestazione. Ciascuno protagonista di questa nuova esperienza.
Montini in “Coscienza Universitaria”, afferma, “il periodo universitario è un periodo di straordinaria importanza e quindi di angusta bellezza”, invitando i giovani a non limitarsi a “frequentare” ma a “vivere” l’università. L’obiettivo è, quindi, quello di affrontare la quotidianità con un verbo attivo, senza sentirsi soffocati dallo studio o dal tempo che sembra non esserci mai ma provando quotidianamente a scegliere di ricercare in ogni giornata la bellezza e interrogarsi sul senso delle proprie fatiche.
Ed è proprio in questo scarto tra il “frequentare” e il “vivere” che si inseriscono realtà come la Fuci e l’Azione Cattolica. La famosa “bellezza” di cui parla Montini, difatti, attraversa ogni ambito della vita universitaria, anche se spesso manca qualcuno che aiuti a coglierla. Non servono ricette pronte o scorciatoie, ma uno spazio che vada oltre l’esamificio.
In primo luogo, offrono la possibilità di conoscere altri giovani, compagni di viaggio con cui stabilire amicizie profonde e condividere gioie e fatiche. Il percorso universitario diventa così in un cammino condiviso in cui condividere gioie e fatiche, dove la solitudine e l’utilitarismo relazionale non trovano spazio.
In questo cammino fraterno, la fede non è un’astrazione lontana, ma una chiave di lettura per cogliere Dio nella vita quotidiana, trovando una luce in ciò che studiamo e nelle persone che incontriamo. In questo senso, la Fuci diventa lo “studium”, luogo di confronto e arricchimento culturale, sociale e politico, ma anche e soprattutto esistenziale in cui comprendere che anche le incertezze sul futuro hanno un senso più grande in funzione della vocazione di ciascuno.
L’università, di conseguenza, non è più uno spazio di apprendimento passivo, ma diventa un luogo in cui acquisire sicurezza per mettersi alla prova e misurarsi con i propri limiti, accademici ma soprattutto umani. É qui che scopriamo la nostra “Magnifica Humanitas”, la bellezza di essere creati a immagine e somiglianza di Dio, nella piena consapevolezza di essere custodi di un valore che va al di là di qualsiasi valutazione e che “non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno” (Leone XIV, Magnifica Humanitas). E forse, il valore più grande che trasmette la Fuci è proprio questo: non percepirci più come semplici spettatori della nostra vita, ingranaggi di un meccanismo alienante ma Figli che abitano e fanno la differenza, con entusiasmo e genuinità, nelle nostre realtà quotidiane.
Buon primo dell’anno!
di Francesca Righini, gruppo FUCI “G.Lazzati” UCSC di Milano





