Nell’anno pastorale dedicato alla speranza don Claudio Dell’Orto, referente spirituale di Azione cattolica del decanato di Turro, nell’arco di pochi mesi, ha pubblicato due libri: Incontro alla Pasqua e Tra malattia e speranza Figure bibliche colpite e redente (Edit. Ancora). Il primo è autobiografico, dove racconta il rapporto con la sua malattia, il Parkinson; il secondo libro riprende delle meditazioni fatte nel corso della malattia e strutturate attorno a figure bibliche che richiamano particolari atteggiamenti: l’umiltà, la pazienza e l’ascolto. Nel nuovo libro troviamo capitoli dedicati a figure bibliche che aiutano a “guardare avanti – dice don Claudio Dell’Orto – perché la speranza ci fa guardare avanti, non per guardare al passato dove si stava meglio e si potevano fare tante cose”.
Perché “la speranza ci fa guardare avanti?”
“A volte la fede ci ricorda il passato con un senso di riconoscimento nel mantra ‘si è sempre fatto così’. Può essere una grazia l’aver vissuto quell’epoca, ma chi è nato dopo di me non può viverla. Invece di continuare a ripetere ‘si è sempre fatto così’, sarebbe meglio chiederci cosa il Signore ci sta chiedendo di fare oggi. Questo vale sia per chi è malato, sia per una Chiesa malata. ‘Preferisco una Chiesa – diceva papa Francesco – ferita, piuttosto che ammalata, soffocata, dalle proprie convinzioni’”.
La malattia è una ferita – come dici – che cerca feritoie?
“Se vissuto con fede, il cammino che si scopre nella malattia è quello tracciato dal Signore e dal suo progetto. Anche come cristiano ti auguri sempre di stare bene come l’opportunità che il Signore ci dà per fare le cose. Nella malattia tocchiamo il nostro limite e ci possiamo accorgere che c’è un altro cammino che il Signore può proporre ben rappresentato da una famosa poesia brasiliana dove le orme lasciate sulla sabbia non erano le nostre ma quelle del Signore che ci portava nelle sue braccia. La sofferenza, non vissuta per sé stessa, ci richiama alla croce vissuta nel significato di redenzione dato dal Signore che apre un cammino che solo lui, il Signore, è in grado di fare. Quando lo facciamo anche noi significa che siamo stati presi in braccio dal Signore”.
Che tipo di esperienza è stata la cura nella sua malattia?
“Quando dico che sono malato tra i malati, mi accorgo che c’è anche una cura che bisogna imparare a ricevere con umiltà. L’ho scoperto soprattutto nell’incidente motociclistico, che precede il Parkinson. Per la prima volta mi sono scoperto dipendente in tutto e per tutto dagli altri: lavarmi, vestirmi, nutrirmi… Come affermava papa Francesco, ti accorgi che l’umiliazione di dipendere dagli altri ti rende più umile. Quando si è umili si è capaci di camminare anche con le ferite della malattia. Così le ferite diventano feritoie”.
Cosa significa chiedere di guarire come speranza e non come pretesa?
“Quando si ha una pretesa significa avere un progetto, conoscere le proprie forze e aspettative, quindi si pretende! Quando si vive il momento della prova come speranza ci si apre a un progetto diverso, aperto ad accettare il proprio limite, non solo le proprie capacità come potenzialità. Questo è il frutto della speranza! Potremmo guardare avanti con ottimismo facendo leva sulle nostre forze, capacità e progetti, ma guardare avanti con speranza significa che il Signore che ci accoglie nelle sue mani e che la strada, anche se non è visibile, è però una certezza, una speranza che non delude, sei sicuro che non verrai deluso”.
Silvio Mengotto






