Non c’è niente che non sia scritto nell’anima che non lasci segno anche nel corpo.
(don Cristiano Passoni)
È sentire comune ammettere che alla fine di un viaggio non si torna esattamente uguali a come si era partiti. Un viaggio, in qualunque forma sia. Dunque, anche Santa Caterina è un viaggio, è vivere un’esperienza di formazione e di spessore: ognuno approda con le proprie convinzioni e idee, porta con sé il proprio background culturale, fa i conti con il proprio vissuto e le proprie emozioni. E quando arriva il momento del ritorno a casa si respira un’aria che a tratti sa di malinconia, un’atmosfera ricca di entusiasmo e di energia. Non che nel frattempo abbiamo trovato tutte le risposte, risolto tutte le questioni. Anzi, è probabile che le nostre domande si siano moltiplicate, che i nostri dubbi si siano amplificati. Le diverse situazioni affrontate necessitano di elaborazione, a poco a poco si sedimentano in noi per essere interiorizzate.
Ma entriamo nel merito: un gruppo composto da una quarantina di giovani tra i venti e i trent’anni sceglie di trascorrere i primi giorni d’agosto alla storica Benedicta per affrontare il tema dell’affettività.
Con quale stato d’animo ci approcciamo? Cosa vogliamo imparare, di cosa siamo curiosi? Cosa ci spaventa di più? E cosa ci fa stare bene?
È evidente come quello dell’affettività non sia un semplice topic:
è un percorso che dura tutta la vita, è un viaggio anche questo. Sviscerare ogni aspetto a riguardo è pressoché impossibile, così abbiamo soffermato l’attenzione su tre aree: il corpo, l’orientamento sessuale, la castità.

Per tutto ciò non possiamo che ringraziare le guide e i testimoni che ci hanno accompagnato:
Gaia, teologa ed insegnante, che ha illuminato e provocato (positivamente, s’intende!) tutti noi sulla conoscenza del nostro corpo, sul valore che esso assume nelle Scritture e nella società contemporanea, su quanto ogni singolo elemento di discussione debba essere collocato nella Storia, nel Tempo e nello Spazio giusto – perché solo così possiamo comprendere davvero e non perdere la bussola della nostra ricerca. Massimo e Gegia, che hanno offerto una testimonianza personale e di coppia sulla relazione positiva, sulle sfaccettature della castità, sulla gioia eppure sulla fatica di camminare insieme, anche nel dialogo più intimo. Anna e Luca, testimoni coraggiosi appartenenti al gruppo del Guado, i giovani cristiani Lgbt+. Ascoltando il loro personale vissuto ci siamo interrogati sul rapporto così complesso che vi è tra omosessualità e Chiesa, tra accoglienza e rifiuto; ci siamo chiesti cosa significhi essere Chiesa ed essere comunità. Come mettersi veramente in gioco in prima persona? Come costruire il proprio progetto?

Nel corso di ogni giornata interventi, dibattiti, momenti di condivisione e di preghiera avevano il potere di scuotere le nostre coscienze, di smussare gli angoli del nostro cuore.
In effetti, come rimanere indifferenti di fronte a così tanti spunti, a tanta potenza?
A Santa Caterina – in un clima d’amicizia e convivialità com’è proprio di Azione cattolica – ciascuno ha cercato di guardare negli occhi dell’altro senza giudicare, senza banalizzare sensazioni e pensieri, senza trovare risposte di comodo. A volte esporsi non è stato immediato, e lo stesso mostrarsi vulnerabili e autentici, a tratti confusi. Eppure, ci è servito, come gruppo e come singoli.
Scusate, ho già speso troppe righe. Dalla regia mi fanno segno di avviarmi alla conclusione. Dunque?
Mi si presenta davanti agli occhi l’immagine di una dama (prendo in prestito di nuovo da don Cristiano): è qualcosa di più rispetto a un gioco da tavolo. “Si fa un passo alla volta, non si può mai tornare indietro e si può arrivare dove si vuole”. In che modo? Forse non dimenticandoci di guardare in alto, e accanto a noi, ogni volta che ne abbiamo bisogno. Ciascuno con la propria fede, intelligenza e sensibilità, ciascuno con il proprio sguardo verso un obiettivo comune: che “la realtà sia superiore all’idea”.
Francesca Bertuglia






