La sosta che ci attende
Forse è bene ricordare che il titolo dato alla XVII Assemblea nazionale è tratto da un sogno che oggi, ancor meglio di quando doveva celebrarsi, un anno fa, appare fin troppo attuale. Abbiamo tutti bisogno di entrare in un sogno. L’immaginazione in questi tempi compressi e confusi si è, infatti, notevolmente ristretta. Ci mancano visioni! Sull’esito che si annuncia, negli spiragli di luce che finalmente si aprono, sembra prevalere la stanchezza, piuttosto che il rilancio, la spossata continuità rispetto alla fantasia del nuovo, l’evasione, all’impegno del mettersi alla prova. Il rischio, da ogni parte, è riprendere esattamente come prima, come se nulla fosse accaduto senza assumerlo come una buona raccomandazione, se pur dolorosa, per vivere il futuro. Come diceva papa Francesco nell’omelia di Pentecoste del 30 maggio 2020 «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi». Pertanto, abbiamo bisogno di entrare in un sogno. Ma non il nostro, che rischia di essere arido e inconcludente. Piuttosto, quello che Dio ci regala nella sua infinita immaginazione e novità, che sa vedere un campo pronto per la semina, dove ancora non si vede nulla, un popolo da custodire, colmo di domande e di desiderio, dove c’è solo gente smarrita.
Il sogno da cui prende il nome l’Assemblea è tratto dal libro degli Atti. Lasciata Atene, dopo un amaro fallimento, Paolo giunge a Corinto, una città popolosa che viveva tra mille contraddizioni. Diversamente da Atene, era meno disposta ad ascoltare, perché totalmente presa dai ritmi frenetici dei suoi commerci. Non aveva mai incontrato nulla di simile. Le città provinciali dell’Asia e della Macedonia, a confronto, erano sonnolente e impacciate. Un famoso proverbio del mondo antico diceva: «Il viaggio a Corinto non è fatto per tutti!». Paolo se ne rese conto in fretta e si chiese se gente così indaffarata e preoccupata sarebbe stata disposta al suo messaggio. Per questo pensava che a Corinto, ci sarebbe rimasto poco. Ci provò, infatti, a muovere qualche passo, ma le cose non si misero subito bene. Finché non irruppe il sogno di Dio: «Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso»(At 18, 10).
Ecco il senso profondo di questa Assemblea nazionale in questo tempo: richiamare l’opera dello Spirito, per ridare novità e profondità all’agire. Sembra una cosa facile e invece si tratta di un faticoso apprendistato. Come scriveva Martini con acutezza, anni fa: «Ciò che fa lo Spirito per il mondo può essere letto nelle parole del Signore a Paolo che si sentiva solo e abbandonato a Corinto: “Io ho un popolo numeroso in questa città”. Parlare dello Spirito santo è riconoscere la sua azione nel cuore di ogni uomo, nel cuore delle nostre città e della nostra storia, per suscitare in esse persone e gruppi che siano come Gesù, che come lui pensino, agiscano, soffrano da veri figli di Dio e come lui donino la vita per i fratelli» (Tre racconti dello Spirito).
Sappiamo come conclude Atti il suo racconto: «Così Paolo si fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio» (At 18, 11). Ecco la nuova sosta che ci attende.






