di Don Cristiano Passoni, assistente generale Azione cattolica ambrosiana
«La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme».
È indubbiamente affascinante l’incipit della prima enciclica di Leone XIV – Magnifica humanitas, sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. In esso è descritto il compito e il rischio di ogni generazione. Da una parte il compito di «dare forma al proprio tempo facendo «maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile». Dall’altro, il rischio sempre presente di «costruire un mondo disumano e più ingiusto». Gli esempi, nella storia, certo non mancano. Neppure ai nostri giorni. L’accenno a Babele suscita, prima ancora di addentrarsi nella lettera una riflessione importante: Che cosa è la città per noi? Cosa sta diventando?
Era la domanda sulla quale si era fermato Italo Calvino, dando vita ad una originale risposta letteraria con Le città invisibili. Il suo era un tentativo di offrire un sogno a occhi aperti, scaturito da tentativo di andare oltre l’invivibile della città. Con largo anticipo sui tempi, aveva percepito la crisi della vita urbana, della megalopoli, la città continua, uniforme che rischia di coprire il mondo. Ma, rifuggendo l’idea di descriverne soltanto la crisi, si era impegnato a scrivere un altro libro che non profetizzasse semplicemente la catastrofe e l’apocalisse, ma cercasse nell’immaginazione un’altra via, in grado di scoprire le ragioni segrete che hanno dato vita alla città e hanno permesso loro di attraversare le crisi.
Lungo il tempo si è come cristallizzata una progressiva convinzione nel cuore del Kublai Kan nel leggere il suo impero. È così vasto da sfuggire alla sua stessa conoscenza e al suo controllo, restituendogli, piuttosto, l’idea di un gigante dai piedi di argilla che si va frantumando, come dice la profezia di Daniele (Dn 2). Nella triste percezione del franare di tutto, della loro inconsistenza, Marco Polo insegna al Kublai Kan un altro viaggio dentro il suo stesso impero. Tra le fessure delle muraglie e delle torri destinate a crollare vi sono altri mondi, altre città invisibili, altri cominciamenti, frutto di memorie di desideri, di visioni inedite, sottili, che aprono a nuove possibilità, nuove interpretazioni, nuovi stili. Ciò che fa vivere la città è il racconto di queste città invisibili. Non esistono città felici di fronte a città infelici. Piuttosto le città sono mescolate, in esse la felicità convive con l’infelicità. È il grano mescolato con la zizzania, secondo la celebre parabola evangelica. Si tratta, dunque, di non meravigliarsi, di esercitare un continuo discernimento e di preoccuparsi, più che di estirpare la zizzania di coltivare il grano buono. È in fondo anche lo sforzo di Papa Leone di leggere, in continuità con Papa Francesco il “cambiamento d’epoca”, a favore della maggior parte delle persone che rimane in attesa, «osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio» (MH 6).
La lettura suggestiva di Calvino offre effettivamente un sentiero impegnativo, ma fecondo per leggere la realtà, per cercare in essa la verità di Dio, la sua profezia sul mondo, la sua volontà qui ed ora. Ecco l’intento da raccogliere: la verità non è appiattita a un visibile, alla fine deludente, ma a un rapporto con l’invisibile che non è una pura astrazione. È, semplicemente, ciò che sfugge, è quanto indicava, a suo tempo Papa Francesco: «il tempo superiore allo spazio, l’unità che prevale sul conflitto, la realtà più grande dell’idea, il tutto superiore alla parte» (EG 222-237). Le città, dunque la realtà, è «in relazione con la memoria, con i desideri, con i segni, con gli scambi, con gli occhi, con i nomi, con i morti, con il cielo. Le città visibili vivono grazie alle relazioni invisibili e talvolta l’invisibile potrebbe essere più reale del visibile, perché da esso proviene la relazione con l’essenza. Il visibile è solo una manifestazione».
Si tratta di uno sguardo fondamentale da ritrovare, per non essere costretti alla miopia, al disincanto, all’opportunismo o all’imbarazzo dei molti Kublai Kan, inerti o iperattivi di questi tempi.
Dentro questo sguardo merita raccogliere, sempre sulla soglia, il duplice rimando biblico che insegna a leggere oggi la storia. La vicenda di Babilonia, da un lato, è l’illusione di raggiungere il cielo senza Dio. Più che luogo di custodia della verità e della giustizia delle diversità, il cielo è inteso come drammatico luogo di conquista. Chi lo occupa, eliminando la diversità, diventa padrone del mondo. O pensa di esserlo. Ma «quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione (MH, 7). Dall’altro, sta Gerusalemme con le ferite ancora aperte dalla violenza dell’esilio. Le sue mura sono crollate, le sue porte bruciate. Sembra che non sia più possibile una vita decente. Tuttavia Neemia trova un’altra via per rilanciare l’impresa. Non tanto quella della conquista o subito della edificazione delle mura, ma della paziente ricostruzione dei legami, quale via alla comunione.
È la via che attende ai cristiani, fratelli e sorelle universali e che merita, anche tra noi, qualche riflessione in più. Prima della smania dell’azione c’è uno stile da ritrovare, una postura da assumere con coraggio. «Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità» (MH, 10).
Photo Andrea Ferrario Unsplash






