Classe 1977, sposato con Susanna, quattro figli, una laurea in Statale e tanto impegno come educatore in oratorio, nel volontariato, nella professione con i Padri Somaschi. Esperto di welfare, ambiente, inclusione, Valerio Pedroni è consigliere comunale a Milano, dove è presidente della Commissione speciale per l’economia civile. Affronta temi che hanno a che fare con la “costruzione” e il rafforzamento della comunità, tema caro anche all’Azione cattolica ambrosiana.
Consigliere Pedroni, lei parla spesso di economia sociale come di una leva strategica per il futuro. Ma che cosa significa davvero?
L’economia sociale non è solo un settore: è un motore silenzioso che tiene insieme pezzi di comunità, costruisce lavoro, genera innovazione, restituisce dignità. Parliamo di cooperative, associazioni, fondazioni, imprese sociali e benefit, società di mutuo soccorso. Realtà diverse, ma accomunate da un principio: nessuno divide gli utili, che vengono reinvestiti nella collettività o nell’impresa stessa, con l’obiettivo finale di migliorare la società.
Quali sono i numeri che descrivono la portata di questo mondo?
Sono numeri enormi, anche se spesso restano sottotraccia. A livello europeo l’economia sociale conta 4,3 milioni di imprese, 11,5 milioni di lavoratrici e lavoratori – il 6,3% della popolazione occupata dell’Unione – e un fatturato complessivo di circa 1.000 miliardi di euro, quanto l’intero settore automotive. È un comparto industriale a tutti gli effetti, ma con un’anima civica.
A livello nazionale si sta lavorando a un Piano d’azione per l’economia sociale. Cosa si aspetta da questo percorso?
È un passaggio importante. Già con il governo Draghi si era avviato un lavoro per arrivare a un documento condiviso che riconosca l’economia sociale come asse strategico di sviluppo. Ma servirà coraggio politico: il coraggio di superare la frammentazione giuridica che oggi limita la forza di questo mondo, e di uscire da una visione che lo confina al solo Terzo settore. Anche le imprese e le società benefit che scelgono l’impatto sociale e ambientale come parte della propria identità fanno parte a pieno titolo di questo orizzonte.
Guardando ai territori, dove vede le esperienze più avanzate?
Il futuro, in molti luoghi, è già iniziato. Torino ha creato un ecosistema di innovazione sociale che mette insieme amministrazione, Camera di commercio e imprese. Bologna ha reso strutturale l’amministrazione condivisa, aprendo a nuove forme di economia di comunità. Brescia sta sperimentando appalti pubblici riservati alle cooperative sociali, trasformandoli in leve di inclusione.
E Milano? Qual è la direzione che si sta prendendo qui?
A Milano abbiamo scelto di muoverci con coerenza in questa direzione, trasformando intuizioni in scelte amministrative. Penso alla mozione sugli appalti pubblici, al nuovo regolamento per l’amministrazione condivisa, alle regole più inclusive per gli immobili demaniali, allo sconto dell’80% sul suolo pubblico per iniziative di interesse generale. Non sono dettagli tecnici, ma aperture reali: spazi di possibilità per chi vuole fare impresa sociale e per chi non si rassegna alla logica del “si è sempre fatto così”.
Quindi il cambiamento può passare anche da Milano?
Credo di sì. Milano deve essere il centro di una visione nuova: una città che torni a essere inclusiva e non escludente. Che sappia innovare per includere, non solo per accelerare nella competizione globale. Milano può vincere la sfida della competizione se sceglie di farlo in modo diverso, promuovendosi come laboratorio di un nuovo modello di sviluppo, in cui crescita e coesione sociale non si escludono ma si rafforzano a vicenda. Un modello che può essere esempio, e seme, di un futuro più giusto, più umano, più sostenibile.






