Giuseppe Lazzati e i militari italiani nei lager tedeschi (1943-1945)
Dopo 80anni il Parlamento italiano ha istituito la Giornata degli internati italiani (Imi) nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale. La storia dei militari Imi è ancora da conoscere. Inizia l’8 settembre ’43 dove l’armistizio suscita perplessità nei comandi militari italiani. Nell’arco di 24 ore i tedeschi disarmarono più di un milione di militari italiani.
Furono 197mila i militari che aderirono alla Repubblica sociale italiana (Rsi), mentre 650mila (70% dell’esercito italiano) con il loro rifiuto vennero internati per due anni nei lager tedeschi con la qualifica Imi sconosciuta alle convenzioni internazionali. Tra gli internati anche il tenete degli Alpini Giuseppe Lazzati. Questo “No” è stato il primo rifiuto di massa del fascismo, della guerra e dell’alleanza con il nazismo. Un inaspettato plebiscito di una generazione che non aveva mai partecipato a una consultazione elettorale.
“L’8 settembre ’43 – dice Lazzati in una trasmissione radiofonica – ero a Merano tenete degli Alpini. La mattina del 9 noi fummo adunati dai tedeschi e a ciascuno venne chiesto se volevamo prestare fedeltà al giuramento fatto e tornare al servizio, io dico dei fascisti, e non dell’Italia, e credo che tutti si rispose con un netto no, ragione per cui ci caricarono tuti insieme su un camion, ci trasferirono a Innsbruck dove iniziò il nostro pellegrinaggio di internati, prigionieri, e durò fino alla fine di agosto del 1945” (Silvio Mengotto, La Resistenza cattolica. Milano 1943-1945, Edit. Paoline, p.105).
Nell’arco di due anni Lazzati è trasferito in molti lager: Rum, Stablak, Deblin-Irma, Oberlangen, Sandbostel, Wietzendorf.
“Cambiai – continua Giuseppe Lazzati – parecchi campi, e dove andavo riprendevo a fare il mestiere di professore che teneva lezioni, che faceva dei corsi, e il fondamento di questo era sempre quello: animare, sostenere in vista della conquista della libertà, anche in senso fisico e non in senso solo spirituale, di cui già godevamo pur essendo dentro i reticolati”.
In data 8 maggio 1945, dopo la liberazione degli internati nei lager, il salesiano don Luigi Pasa, cappellano in capo nei lager di Beniaminowo e Sandbostel, scrive una lunga e importante relazione sul Servizio religioso prestato nei campi di concentramento (Luca Frigerio, Noi nei lager, Edit. Paoline, p. 274). La relazione documenta le molteplici attività di animazione spirituale e culturale svolte nei campi, sia dai cappellani militari, sia dai militari competenti. Una resistenza non violenta al male. La relazione testimonia anche il coinvolgimento attivo dell’Azione cattolica e del prezioso servizio di Giuseppe Lazzati citato più volte. “L’apporto del prof. Giuseppe Lazzati –si legge nella relazione – è stato prezioso ed efficacissimo per la solidità della sua preparazione e la nobiltà della sua vita”. Nel libro I cattolici e la Resistenza (Edit. In Dialogo) spicca la pubblicazione di 15 lettere inedite scritte da Lazzati dai vari lager. Un carteggio che costituisce una ricchezza, una testimonianza, della vita quotidiana nei lager tedeschi. “La forza – conclude Giuseppe Lazzati – che tenne in piedi gli internati fu la volontà di ritornare in una Italia libera”.
Silvio Mengotto






