Mi chiamo Stefania Faini, ho 22 anni e studio Educazione Professionale. Sono cresciuta in oratorio, dove tutt’oggi presto ancora servizio, una realtà che ha segnato tanto la mia crescita personale oltre che di fede, e dove ho coltivato le mie amicizie.
Stefania, quando hai iniziato il tuo percorso in Azione Cattolica?
Ho iniziato da piccola, in ACR, nel mio oratorio a Guanzate, nel decanato di Appiano Gentile. All’epoca la vivevo come un’attività oratoriana come le altre, senza forse comprendere quanto ci fosse dietro. Una delle mie sorelle invece partecipava già ai campi di Santa Caterina e ogni volta che tornava vedevo che su di lei aveva lasciato il segno e dai suoi racconti si capiva che aveva vissuto qualcosa di veramente bello e intenso. Così, in prima media, ho radunato alcuni amici e abbiamo deciso di provare anche noi.
Che cosa ti ha dato l’esperienza di Santa Caterina?
Tantissimo, è fin da subito diventata una parte indispensabile per le mie estati. Era una settimana in cui sapevo di andare e stare bene, trovando persone e momenti che difficilmente riuscivo a trovare altrove. E poi se penso ai campi, ai ritiri, al Tabor… sono state esperienze che mi hanno aiutata molto a crescere sotto ogni aspetto. Mi hanno aperto a una prospettiva più diocesana e mi hanno fatto conoscere persone e realtà nuove. Ma ad una certa, qualche anno fa mi sono staccata un po’ da tutto.
In che senso?
Mi sono presa un periodo di pausa. Ho perso un po’ i contatti e ho vissuto un anno di “latenza”, prendendo parte veramente poco alle proposte. Avevo iniziato l’università ed era un periodo un po’ confuso, l’AC era diventata l’ultimo dei miei impegni, spesso totalmente ignorata.
Cosa ti ha riportata a rimetterti in gioco?
Nell’estate del 2024 ero in vacanza al mare quando ho ricevuto un messaggio dalla responsabile del gruppo giovani che mi chiedeva se volessi entrare nella sezione giovani. La mia prima reazione è stata: “Ma che vuole questa?!”. Però quel messaggio mi ha fatto riflettere. Mi sono resa conto che l’AC mi aveva sempre dato tanto, sia nel mio percorso personale sia in quello di fede. Ho pensato che potesse essere un’opportunità per ricominciare e per mettermi al servizio di una realtà che comunque mi aveva sempre dato tanto.
Com’è stato passare dall’altra parte, da partecipante a organizzatrice?
Con alti e bassi, ma ci sto dentro molto volentieri. Mi piace organizzare attività, pensare a come rendere concreto e trasmettere ciò che ci si porta dentro. Ci ripetiamo sempre tra noi della sezione che l’essere giovani che organizzano per altri giovani è un’occasione che non va sprecata, perché alla fine chi meglio di noi sa cosa stiamo cercando?
Questa attenzione educativa si collega anche al tuo percorso universitario?
In parte sì, sicuramente l’ottica di lavoro è molto diversa. Come ho detto prima, sto studiando per diventare educatrice socio-sanitaria all’Università degli Studi di Milano, nella sede di Bosisio Parini. E’ un percorso che in verità ho cominciato quasi per caso, non era la mia prima scelta e neanche mi sentivo adatta ad un lavoro di questo tipo.
Come hai capito che questa era comunque la strada giusta?
All’inizio è stato appunto un periodo un po’ confuso, ma ho deciso di restare anche grazie al gruppo e alle relazioni che stavo costruendo. Poi, corso dopo corso, e soprattutto tirocinio dopo tirocinio, ho capito sempre di più che questa professione era in linea con quello che cercavo: stare in relazione con gli altri, conoscere le sfaccettature dell’essere umano, entrare nella quotidianità delle persone e accompagnarle anche se per un piccolo pezzetto di vita.
C’è un episodio che ti ha colpito particolarmente?
Tanti, ho avuto la fortuna di incontrare durante i miei tirocini dei professionisti che mi hanno lasciato molto, ho visto tante persone compiere dei bei traguardi e ho passato numerosi momenti che mi hanno scaldato il cuore. Mi viene in mente per esempio uno degli scorsi giorni mentre ero a tirocinio, un’educatrice spiegando ad una ragazza detenuta, per la quale si vede che è un importante riferimento, così il suo lavoro (dopo che la ragazza aveva sostenuto fermamente che non doveva essere “rieducata”) “Educare vuol dire condurre fuori, e io tiro fuori il bello che c’è in te”. Ecco, questa frase riassume molto bene anche il mio modo di guardare le persone e la vita: aiutare a far emergere il potenziale, la bellezza che ciascuno porta dentro di sé.
Come vivi oggi il tuo servizio in AC?
Mi è stato chiesto di assumere un ruolo di responsabilità alla fine di una riunione di sezione. Mi hanno presa un po’ alla sprovvista: ero in piena sessione invernale, immersa negli esami, e questa proposta mi ha spiazzata. Mi sono chiesta: “Fa per me? Siete sicuri?”. Però senza pensarci troppo ho deciso di mettermi ancora più in gioco. Credo che questo mi aiuti anche a rimanere “agganciata” a qualcosa di importante per me.
Quali sono le cose che senti più importanti per il futuro del percorso giovani?
In questo momento penso soprattutto alle proposte estive. Vorrei che fossero esperienze belle, ma anche utili: non tanto per dare risposte già pronte, quanto per offrire strumenti per capire meglio quello che succede fuori e dentro di noi.
Che desideri hai per il prossimo anno?
Non voglio crearmi troppe aspettative, però il percorso giovani di quest’anno è venuto davvero bene e mi piacerebbe mantenere alto questo livello anche il prossimo anno.
Secondo te, quali sfide vive oggi un giovane cattolico?
Viviamo la fede in un mondo che sembra aver perso tanti riferimenti. Ci sono guerre, confusione, tante domande. Per questo credo sia importante aiutare i giovani a trovare appigli e punti di riferimento.
C’è qualcosa che vorresti valorizzare di più all’interno dell’AC?
Sì, il dialogo con ciò che ci circonda. Mi piacerebbe che riuscissimo ad aprire di più lo sguardo, confrontarsi maggiormente con altre realtà, non per forza cattoliche, fare servizio, conoscere quello che abbiamo intorno e non rimanere in una bolla. L’AC fa parte di una comunità molto grande e credo sia bello viverla davvero fino in fondo, insieme a giovani che vivono la fede in contesti diversi dal nostro.






