Le questioni migratorie continuano a restare al centro del dibattito politico e a dividere la società italiana in faglie e fazioni ben distinte. Il nodo del contendere è storicamente legato alle politiche “in ingresso” ed alla presunta necessità di porre un freno alla altrettanto presunta “invasione degli immigrati”. Meno spesso si discute del tema sottolineando il conclamato bisogno della società italiana di lavoratori a quasi ogni livello di mansione e competenza. Oltre al consolidato bisogno nel settore agroalimentare (che purtroppo torna all’attenzione delle cronache troppo di rado, e solo a causa di terribili eventi di cronaca come il recente rogo di Amendolara), è ad esempio ormai sotto gli occhi di tutti la cronica mancanza di medici, infermieri ed altre figure sanitarie.
L’emigrazione verso l’Estero
L’altro aspetto spesso ignorato della questione è la consistente emigrazione verso l’estero. Secondo i dati Istat più recenti, nel 2024 hanno lasciato l’Italia oltre 155 mila persone, un dato in netta crescita rispetto a dieci anni prima (quando si attestava a circa 90 mila persone). In aggiunta, l’età mediana degli espatriati è di 29 anni: questo indica come molte persone in ingresso nel mercato del lavoro preferiscano rivolgersi direttamente all’estero, esacerbando così la scarsità di lavoratori disponibili in Italia. Nonostante questo, le contromisure introdotte dalla politica appaiono ancora insufficienti. L’obiettivo di tali politiche dovrebbe anzitutto sostenere l’ingresso dei “giovani” nel mondo del lavoro (e più in generale nella cosiddetta “vita adulta”), ma esse sono ancora relativamente disorganiche. Ad esempio, alcune misure recenti disincentivano i giovani dal vivere nella casa dei genitori (oggi un vero e proprio ammortizzatore sociale) ma non offrono politiche di sostegno per l’autonomia abitativa (problema marcato soprattutto in luoghi come Milano, la città con gli affitti più alti d’Italia).
Ac International, volti amici nella fede
Ormai quattro anni fa abbiamo creato un gruppo adulti denominato AC International per raccogliere i vari soci espatriati dalla diocesi di Milano. Il gruppo si incontra mensilmente online per seguire l’itinerario adulti e raccoglie oggi membri che vivono in Belgio, in Germania, in Irlanda, in Iraq, nel Regno Unito e in Svizzera. Dal nostro punto di osservazione ovviamente non possiamo offrire accurati spaccati sociologici sul fenomeno dell’emigrazione, ma nel nostro piccolo possiamo senz’altro dire che la vita all’estero ci ha generalmente offerto maggiori opportunità. Attenzione: non siamo andati a vivere in paradisi terrestri, ma in posti dove essere adulti/giovani e poter fare progetti è più facile. Oppure, semplicemente, possibile. Questo grazie all’esistenza di consolidate politiche famigliari o abitative. Oppure grazie a realtà lavorative più dinamiche o disposte a puntare su lavoratori più giovani.
Spesso si etichetta la questione con la narrazione un po’ romantica dei “cervelli in fuga”: ci sono ovviamente espatriati che occupano mansioni ad alta qualificazione (come ad esempio i ricercatori), ma molti degli italiani che incontriamo quotidianamente svolgono letteralmente ogni tipo di lavoro (dalla ristorazione all’archeologia, dall’insegnamento alle pulizie). La vera domanda da porsi è dunque la seguente. Perché un giovane italiano (ed europeo) dovrebbe essere obbligato a scegliere di svolgere in Italia (e non altrove in Europa) un mestiere che non gli permetterà di rendersi indipendente e fare progetti di vita?
Un punto di riferimento
La vita all’estero ha però un costo: l’allontanamento dalle nostre radici e dalle “buone abitudini” italiane. Buone abitudini dal punto di vista culturale, culinario (!) e di fede. Per questo motivo l’AC International è diventato per noi un appuntamento mensile per riflettere sulle fatiche del nostro essere cristiani nel quotidiano, specialmente in un quotidiano che presenta caratteri addirittura più secolarizzati di quelli presenti in Italia e a Milano. Le Chiese europee che abbiamo conosciuto in questi anni mostrano estrema fatica (ed anche un po’ di confusione) nel continuare ad essere presenza viva per i fedeli e per la società. Per noi è quindi estremamente frustrante provare in questa situazione a dare linfa alla nostra vita cristiana (o a trasmettere la fede ai nostri figli). In questo contesto, tornano alla mente le parole profetiche del Cardinal Martini sul “piccolo gregge”.
Dalla condizione di una certa marginalità della Chiesa rispetto all’insieme dei fatti economici, sociali e culturali che configurano la città, derivano schematicamente due posizioni: il voler essere a ogni costo di nuovo una forza rilevante della società; oppure il riconoscere con serenità che il proprio compito di piccolo gregge, in apparenza più modesto, è di fatto molto più esigente e necessario per il bene di tutti: essere lievito nella società, piccolo seme di nuovi germogli.
(Carlo Maria Martini, “Il seme, il lievito e il piccolo gregge”, Discorso per la vigilia di S.Ambrogio, 5 dicembre 1998)
In questo senso, il nostro incontro mensile diventa quella piccola oasi di facce amiche, buone pratiche associative e riflessioni di fede che sostiene la nostra vita cristiana. L’incontro non si sostituisce alla vita ecclesiale delle nostre comunitá locali (peraltro fatta di Sante Messe che spaziano tra il deprimente e l’eccessivamente “creativo”), ma ci consente di continuare a provare ad essere piccolo gregge nella Chiesa di oggi e di domani.
Giacomo Cossa






