Annamaria Cecchetto, insegnante, si dedica alla teologia in un cammino di ricerca poetica e spirituale, Socia di Azione Cattolica, fa parte del Gruppo teologico di AC. È la curatrice dei commenti a “La parola ogni giorno” (Ed. Centro Ambrosiano) che accompagna le nostre comunità nel periodo di Avvento e Natale. Le abbiamo chiesto una riflessione su questi temi.
Aspettare l’avvenire
«Le ragazze alla finestra annerita / con lo sguardo verso i monti / non sanno finire d’aspettare l’avvenire»: così Mario Luzi, in questi versi tratti dalla poesia Alla vita, sembra affidare al lettore il dinamismo che qualifica l’esistenza umana. È la vita, nel suo fiorire («Le ragazze»), che non cessa «d’aspettare l’avvenire». Anzi, si potrebbe rilevare che è l’umana avventura in ogni stagione, di passaggio in passaggio, a farsi “attesa”. Una parola che, meglio di ogni altra, è in grado di descrivere il cammino di Avvento, parabola del comune pellegrinaggio terreno.
Uno sguardo verso i monti
L’attesa, per le giovani del testo luziano, è uno sguardo verso i monti, è orientarsi verso un altrove che dà senso alla ricerca. Non è forse anche questa l’esperienza del pellegrino che, dirigendosi a Gerusalemme, alza gli occhi verso i monti cercando l’aiuto dal Signore (cfr. Sal 121,1-2)? Proprio lo sguardo, rivolto alla meta, può narrare la qualità dell’attesa. Cosa o chi attendo? Se la risposta alla domanda non assume il profilo definito di un volto, i contorni chiari di un nome, il desiderio si spegne. Infatti «si alzano gli occhi verso qualcosa che si desidera, verso una meta che si brama» (L. Mazzinghi, I salmi del viandante).
Come disporsi a vivere l’attesa?
Tuttavia, non pare sufficiente discernere e interrogare il desiderio che abita il cuore. Certamente non è poca cosa, ma non basta. Il desiderio autentico mette in movimento in una varietà di forme di cui l’attesa del compimento si colora. Come disporsi, dunque, a vivere l’attesa che, per un credente in Gesù, è in definitiva l’attesa del ritorno dello Sposo? Ognuno percorrerà la propria via, a misura della vocazione singolare, senza che si possano offrire soluzioni facili e ricette dal sapore universale. Troviamo, però, promettente un sentiero, quasi una via maestra, che attingiamo dall’etimologia stessa della parola “attesa”. Attendere non è aspettare, benché i due termini siano impiegati come sinonimi. Attendere, a ben guardare, evoca una profondità diversa. Nell’aspettare (ex-spectare) è sempre implicato lo sguardo, il guardare “fuori”, mentre nell’attendere (ad-tendere) possiamo apprezzare una tensione, uno sporgersi “verso” che chiama in causa tutto l’essere. Si tratta, perciò, di indirizzare tutta la propria “attenzione” al destinatario dell’attesa, raccogliendosi in una concentrazione che non è solo intellettuale. È fare spazio in sé, creare le condizioni perché l’atteso possa esservi ospitato. Una donna incinta, che comunemente si intende (non a caso) “in dolce attesa”, dispone tutta se stessa ad accogliere il frutto del proprio grembo. La sua è un’attesa paziente, aperta alla novità, ricolma d’amore.
Ecco, fare del proprio cuore una rinnovata dimora per l’Amore è quello che forse ci è chiesto in questo tempo, in questa creazione che «geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,22). Sapremo, allora, affrontare la «lunga notte» gustando la «pienezza di gioia / d’abbracciare la terra intera», come ebbe a scrivere David Maria Turoldo, «in attesa del ritorno dell’amico»:

In attesa che l’amico torni…
Tu non sai cosa sia la notte
sulla montagna
essere soli come la luna;
né come sia dolce il colloquio
e l’attesa di qualcuno
mentre il vento appena vibra
alla porta socchiusa della cella.
Tu non sai cosa sia il silenzio
né la gioia dell’usignolo
che canta, da solo nella notte;
quanto beata è la gratuità,
il non appartenersi
ed essere solo
ed essere di tutti
e nessuno lo sa o ti crede.
Tu non sai
come spunta una gemma
a primavera, e come un fiore
parla a un altro fiore
e come un sospiro
è udito dalle stelle.
E poi ancora il silenzio
e la vertigine dei pensieri,
e poi nessun pensiero
nella lunga notte,
ma solo gioia
pienezza di gioia
d’abbracciare la terra intera;
e di pregare e cantare
ma dentro, in silenzio.
Tu non sai questa voglia
di danzare
solo nella notte
dentro la chiesa,
tua nave sul mare.
E la quiete dell’anima
e la discesa nelle profondità,
e sentirti morire
di gioia
nella notte.






