La vita di ognuno di noi, è inseguire delle promesse.
Chi ha un po’ più di anni, come me e forse anche come tanti dei soci di AC, ricorda gli anni che vengono chiamati “delle grandi narrazioni”, portatrici di futuri promettenti. A dare senso al vivere quotidiano fatto di relazioni, la famiglia, le relazioni sociali, le appartenenze associative e anche l’impegno politico; a dare senso all’affrontare il quotidiano impegno del lavoro, della professione; a motivare ogni generatività, piantare, costruire, mettere al mondo figli e figlie era la fiducia riposta in queste promesse.
Parlare di speranza sembrava superfluo, perché questa virtù umana era la trama costitutiva del vivere. Questo ci ha fatto dimenticare, anche a noi cristiani, quello che forse in tempi in cui la vita era più dura, era un’altra speranza capace di dare senso e consolazione, quella speranza che è una virtù teologale, che è dono di Dio prima che atteggiamento dell’uomo, che insegnava ad affidarsi ad una promessa più grande, la promessa del Vangelo: la vita eterna.
Abbiamo finito per disimparare un linguaggio che ci aiutava a parlare di vita, morte, vita eterna, delle cose ultime, che però aiutano a parlare anche delle cose penultime, di quelle che vengono prima. Poi lo scenario è cambiato, dalle narrazioni proiettate sul futuro si è passati facilmente a quelle proiettate sul ricordo di un passato che non c’è più. Lo scenario da promettente si è fatto tragico. Basti pensare a questi ultimi anni, metto in fila: la crisi economica che sembra dire che non saremo sempre più ricchi e non staremo sempre più bene, la pandemia ci ha ricordato la precarietà della nostra vita.
Non possiamo sperare di essere sempre vincitori sulla malattia che ci ha ricordato che siamo mortali; infine o spettro della guerra che forse in chi è più giovane può sembrare, soprattutto quando la conosciamo solo attraverso la mediazione dei media, la proiezione di un grande videogioco, ma in chi la sente sulla pelle o di chi ne ha memoria evoca pensieri drammatici. Abbiamo finito per perdere fiducia nel futuro, la volontà di impegnarci per il futuro.
Chi ha un passato da ricordare ha cominciato a coltivare nostalgie, chi non ha né un passato da ricordare né un futuro a cui affidarsi si è appiattito sul presente. È una caricatura, che semplifica e deforma, ma cerca di essere evocativa. Adesso è diventato necessario tornare a parlare di speranza, cioè della virtù umana di chi sa ritrovare promesse affidabili per cui impegnarsi, per cui vivere. È diventato necessario tornare a parlare della speranza come virtù cristiana, quella che sta in mezzo alla fede e alla carità. Anche la vita cristiana sospesa tra credere e amare, fede e carità, che avevano occupato tutto lo spazio, deve ritornare a dare spazio alla speranza. Cosa si può chiedere ai ragazzi, ai giovani agli adulti di una associazione come l’AC? Di sapersi fare e di saper fare domande per ritrovare un senso, per superare i dubbi, per non rendere banale e inutile parlare di speranza. Non è cosa da poco.
don Andrea Meregalli






