2 Dicembre, un villaggio sperduto sul monte Sinjar al confine tra Siria e Iraq dove la gente vive nelle tende. I capi della comunità ci raccontano unanimi una storia appena successa: un bambino é mancato una settimana da scuola perché l’unico paio di pantaloni che aveva é andato bruciato, la mamma l’aveva messo troppo vicino alla stufa per farli asciugare più in fretta. Ha dovuto aspettare una settimana prima che i genitori potessero comprarne un paio nuovo. Storie di “ordinaria” povertà, in Medio Oriente come in qualsiasi parte del mondo, anche in Italia dove, da quello che dicono i dati, le famiglie che vivono in situazioni di povertà grave sono sempre di più. Quando mi é stato chiesto cosa volesse dire per me “povertà”, ho pensato a tutte queste storie di vita incontrate nei miei 10 anni in Iraq e ho deciso di riassumerle in alcune parole:
Giustizia –
Non ci sarà mai uguaglianza e benessere per tutti se non c’è giustizia. Anche la situazione di Omed, il bambino che non aveva i pantaloni per andare a scuola, nasce da una condizione di ingiustizia: migliaia di persone costrette a vivere sui monti in condizione di fortuna per tutta una serie di problemi politici e di dinamiche di potere sociale ed economico. La beneficienza non basta, i percorsi di volontariato e le iniziative di carità non bastano se non sono accompagnate da scelte coerenti nella nostra vita di cittadini, quando andiamo a votare, quando chiediamo alle istituzioni di rendere conto del loro operato e così via…
Giudizio –
Toccare da vicino tante situazioni di povertà mi ha sempre insegnano a (tentare) di non giudicare. É facile pensare che i genitori di Omed avrebbero potuto rinunciare al cellulare e comprare più vestiti per i propri figli. Esempi di questo tipo sarebbero infiniti. Perché non sempre capiamo queste logiche, non sempre é facile capire il bisogno di apparire di fronte agli altri, l’ansia di mostrare quello che non hai, la voglia di usare tutti i soldi che quel mese sono arrivati, senza pensare che il mese dopo devi ricominciare da capo. Però rispettare l’altro credo voglia dire proprio questo: accompagnare senza interferire, aiutare senza porre condizioni che sono quasi un ricatto, consigliare lasciando la libertà, mettere dei paletti dove servono ma senza togliere dignità.
Umiltà –
Avere a che fare ogni giorno con la povertà, per me é stata una lezione di grande umiltà: non puoi aiutare tutti, non puoi risolvere tutto, non importa quanto ti impegni e quanto ci lavori. Alla fine la realtà ci mette di fronte dei limiti che non puoi oltrepassare e vanno accettati. Si impara anche a dire dei no, sebbene sempre con un peso sul cuore. Si impara, soprattutto, a chiedere aiuto nella certezza che, se tutti fanno il loro pezzetto alla fine si fa di sicuro di più.
Rispetto e dignità –
Quando pensiamo ai poveri automaticamente pensiamo a una divisione tra “noi” e “loro” e ancora di più a “noi che facciamo qualcosa per loro” e in questa dinamica ci sappiamo muovere abbastanza bene. Ma cosa succede quando chi é povero é un nostro collega o un nostro dipendente? Per me questa é sempre stata una sfida. Molte delle persone che lavorano per la nostra organizzazione sul campo provengono da contesti molto vulnerabili, sono essi stessi profughi o rifugiati, hanno situazioni famigliari difficili, supportano economicamente famiglie allargate. Loro però non sono “beneficiari” sono colleghi con cui c’é un rapporto di lavoro. Bilanciare continuamente umanità ed empatia con il rispetto di regole e doveri contrattuali non é semplice, ma l’aspetto bello é che ti ricorda ogni giorno di guardare l’altro come una persona al pari degli altri e non come qualcuno che stai “solo” aiutando. Tornando a dinamiche più ambrosiane, ricordo una festa della pace di circa 15 anni fa. All’epoca avevamo deciso di fare la festa presso il Villaggio Solidale gestito dalla Casa della Carità e altre realtà al parco Lambro, perché il tema dell’anno era portare la pace nelle proprie città. Il Villaggio Solidale all’epoca ospitava un gruppo di famiglie Rom che facevano un percorso di accoglienza e inserimento sociale. Molte famiglie decisero di non mandare i propri figli, ma per quelli che parteciparono fu una festa bellissima, perché era una festa fatta insieme: bambini che giocavano insieme senza distinzione tra noi e loro e la merenda preparata dalle mamme Rom. Alla fine della giornata i bambini scrissero un messaggio di Pace per la città di Milano che venne consegnato al Consiglio Comunale, era un appello perché si facesse di più per rispettare i diritti di tutti i bambini (il pallino della giustizia già ce l’avevo…).
6 Dicembre, quattro giorni dopo aver incontrato Omed che non é andato a scuola perché non aveva i pantaloni. Scrivo queste righe dall’aeroporto di Bassora dove ho partecipato a una festa di Natale presso una delle parrocchie, organizzata dal nostro staff musulmano. Penso a quanta esperienza di AC mi sono portata in questi anni e a quanto sarebbe bella un’AC che sa andare verso i poveri, nella nostra Diocesi e nel mondo. Buon cammino!
Miriam Ambrosini







Grazie Miriam!! Una testimonianza significativa perche segnata da una lunga esperienza di vicinanza agli ultimi!!