La due giorni teologica è alle nostre spalle e la velocità degli eventi sembra allontanarla ancor di più, ma non viene meno la questione cruciale della possibilità di sperare, anzi gli eventi di cronaca acuiscono la domanda di speranza. Siamo inoltre in cammino nell’anno giubilare, pertanto desideriamo tenere vivo il tema rilanciando alcune acquisizioni del nostro breve percorso di riflessione proprio dedicato al tema della Bolla di Papa Francesco. Come membri della Commissione teologica, proponente l’iniziativa, riproponiamo in tre passi quanto i nostri relatori hanno condiviso con i numerosi partecipanti.
E’ possibile sperare ancora?
In questo articolo offriamo una sintesi dell’intervento della dott.ssa Francesca Perruzzotti che ha affrontato il tema introduttivo: E’ possibile sperare ancora? La relatrice ha svolto il tema con ricchezza di riferimenti culturali filosofici e teologici, utili per cogliere in modo puntuale, calato nel nostro oggi, il significato cristiano della speranza, significato originale rispetto al comune sentire.
Speranza Virtù teologale
La speranza è una delle tre virtù teologali, insieme a fede e carità, ha dunque origine nella grazia di Dio e non nello sforzo morale dell’uomo pur se è da comprendere nella sua profonda relazione con l’esistenza di ciascuno e della collettività. Questo punto è importante per comprendere il ragionamento teologico relativo a quella “speranza che non delude” dono per ciascuno e per tutti.
Alla luce di questa prima battuta ci lasciamo alle spalle significati impropri della speranza: non è sinonimo di ottimismo, di vago apertura al futuro e nemmeno attesa di ciò che manca. Non è riducibile nè riconducibile al qui ed ora e nemmeno è da intendersi come un oltre astratto. La speranza, come intesa a partire dalla Rivelazione, si gioca nel tempo, permette di vivere il presente, di radicarsi nella memoria e aprirsi al futuro. Ha la struttura paradossale della Rivelazione cristiana: è il già dato nel dono che Dio fa di sé nel Figlio e insieme il non ancora vissuto nella fede verso il compimento. Il tempo inteso alla luce della Rivelazione è un presente generativo, dilatato dall’insperabile che è il rivelarsi di Dio e insieme è aperto all’oltre dell’Assoluto, non semplicemente a un vago futuro.
Il senso del tempo: depressione e ansia
Senso del tempo e speranza sono intimamente collegati. Per compiere un passo in più nella ricerca della risposta alla domanda iniziale: è possibile sperare ancora? la relatrice ha sgombrato il campo da una concezione illusoria e consolatoria della speranza cristiana, già stigmatizzata da Nietzsche, e ha affrontato due modi malati con il quale oggi il tempo è vissuto tanto da compromettere la speranza.
La prima malattia oggi diffusa è la depressione: il depresso non ha apertura verso il futuro perché considera inefficace ogni tipo di possibile azione. Nell’impossibilità di cambiare si diventa inerti, la progettualità si spegne, si mortifica la crescita della propria identità.
La seconda malattia è l’ansia: il moltiplicarsi, anche in forza della tecnologia, della possibilità di futuro accelera i processi, conduce a una iperattivazione sfiancante che però è altrettanto inefficace, alimenta un desiderio infinito, senza poterlo soddisfare. L’esito finale è uguale a quello generato dalla depressione: si spegne il desiderio e ci si blocca nel presente.
Queste due “malattie” sono oggetto di analisi di molti studiosi, sembrano essere dilaganti tra i giovani, i nativi digitali, esposti a un eccesso tecnologico e a un minimo di possibile soddisfazione, squilibrio dal quale difendersi con il non desiderare più (giovani neet).
La speranza cristiana come risorsa
Sono malattie epocali, strutturali , sono motivo di una crisi di sistema. La speranza cristianamente intesa può essere una risorsa, una via per affrontare questo nostro tempo? Certamente deve evitare quattro rischi: indurre la passività (altri/Altro ci salverà); indurre il volontarismo e il rischio di riduzione antropologica dell’orizzonte della speranza; coltivare sogni indeterminati.
La speranza cristiana intende “abilitare” a vivere non meno che il presente, il qui ed ora, entro cui agire, impegnarsi, inventare … alla luce dell’infinito che abita il presente, cioè dell’Assoluto al quale legarsi nella forma del PER SEMPRE.
Afferma uno degli autori citati:
“Per abitare il proprio tempo finito, l’uomo ha infatti bisogno di collocarsi nella dimensione del per-sempre, pronunciando un “sì” infinito. E la speranza è precisamente questo: è volere infinitamente il finito, è vivere eternamente il tempo. […] Non è una fuga dal tempo, ma un interesse (infinito) per un tempo (finito) attraversato da una possibilità infinita “. (S. Biancu, Presente. Una piccola etica del tempo, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2014, p. 108.)
Questo volere infinitamente il finito è possibile nella fede in Gesù Cristo, Dio che viene ad abitare nel tempo, per aprire nel tempo la via della pienezza. Il darsi di Dio nel tempo è l’insperabile che accade come buona notizia, presenza salvifica, alleanza definitiva con l’uomo in una relazione di perdono e misericordia. Proprio questo volto di Dio come misericordia e grazia immeritate per ciascuno e per tutta la storia schiude la possibilità di una storia nuova, salvifica. A partire da questa relazione con il TU di Dio in Gesù Cristo, la speranza è alimento per vedere e vivere un presente generativo, l’infinito nel finito, senza illusioni, senza riduzioni, senza sconti, ricevendo il senso di pienezza dell’agire, vero superamento della depressione e dell’ansia.
Valentina Soncini del Gruppo Teologico






