Pubblichiamo qui un piccolo stimolo di riflessione ispirato alla recente “Due-giorni Teologica” sul tema della speranza (vissuta a Seveso l’11 e 12 gennaio u.s.), ma utile anche per chi non ha partecipato.
Il senso cristiano della speranza
La speranza non è un atteggiamento spontaneo, come l’ottimismo che caratterizza alcune personalità piuttosto che altre, ma una vera e propria virtù teologale, ovvero un dono che viene da Dio e che richiede di essere accolto ed intenzionalmente esercitato perché possa crescere.
Durante la sua vita Gesù ha incontrato molto male e scoraggiamento, di fronte ai quali ha voluto spendere parole di speranza e porre limiti al dilagare del male. Allo stesso modo anche noi suoi discepoli e discepole possiamo sia mantenere uno sguardo realista – né irenico né ingenuo – sul mondo che viviamo, sia praticare il paziente lavoro di accendere le ragioni della speranza che ci derivano dalla certezza dell’amore di Dio e quindi della sua affidabile promessa di portare a compimento la Salvezza per tutti, maturando anche la capacità di scrutare i segni dei tempi che manifestano l’agire del Regno di Dio tra le trame della Storia.
Il Risorto: forma pasquale della speranza
La Resurrezione del crocifisso è segno che Dio non vuole la morte, non l’ha creata Lui e intende piuttosto strappare ad essa tutto ciò che ha creato: in questo senso è fondamentale farsi aiutare dal Vangelo a “dis-ambiguare” il volto di Dio, ovvero a togliere dall’idea comune di Dio ogni ambiguità sul suo rapporto con il male e la morte. Per esempio, possiamo continuare a credere che la croce di Gesù sia il sacrificio che il Padre fa del Suo Figlio a favore di altri figli? Possiamo continuare a credere che la malattia e la morte siano doni di Dio?
La Resurrezione della carne, che professiamo ogni domenica nel “Credo”, non ha a che fare solo con Gesù, ma ci riguarda da vicino: è il destino che il Signore ha in serbo per noi. Ma in cosa consisterà? Difficile trovare risposta nella Rivelazione: abbiamo poche certezze. Una è che, da risorti, saremo ancora noi, anche se forse non proprio con queste cellule… e sarà un corpo capace di piena comunione con Dio e gli altri.
Come immaginiamo l’aldilà?
I cristiani hanno sempre pensato l’aldilà come una dimensione parallela a quella terrena, un luogo reale eppure non visibile, nel quale risiedono le anime dei defunti, e distinto in tre parti: Paradiso, Purgatorio e Inferno. Questa visione presuppone un’antropologia dualista, ovvero un’idea di essere umano composto da un’anima e da un corpo, la prima di per sé immortale, il secondo no.
Quando il Vangelo parla della morte, spesso usa la metafora del “sonno”:
Disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano (Mt 9,24)
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11)
Cosa vorrà dire? È solo una metafora? In ogni caso è complicatissimo immaginare un destino diverso dalla separazione tra anima e corpo nel momento in cui questo si spegne: la visione tradizionale vuole ricordarci che c’è un qualcosa di noi, di singolare e irriducibile, che non va perduto, che sopravvive alla morte fisica, e che è la relazione con Cristo, che ci costituisce e ci salva – appunto – dalla morte, dalla “nientificazione”.
Se la sorte dell’anima dopo la morte rimane misteriosa, pare indubitabile però quella del corpo. Ma quando ricordiamo che la fede cristiana non crede soltanto nell’immortalità dell’anima, ma spera anche nella resurrezione del corpo, ecco che nascono tante altre domande e perplessità… una su tutte: già è difficile immaginare la possibilità, evocata dal profeta Ezechiele, di corpi che riprendono vita:
Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai, ed ecco apparire sopra di esse i nervi; la carne cresceva e la pelle le ricopriva […] e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi (Ez 37, 7-10)
Figuriamoci immaginare che corpi inceneriti e dispersi da qualche parte possano realmente ricostituirsi! A meno che per “corpo risorto” non si intenda qualcosa di diverso dall’organismo biologico, quanto invece l’insieme della nostra storia, dei nostri affetti e legami… noi siamo il nostro corpo! E ci portiamo di là tutto l’amore che, inevitabilmente con il corpo, abbiamo dato e ricevuto.
La vita eterna, secondo i Vangeli, non sarebbe infatti una vita interminabile, quanto il dono di una vita piena, in cui si è del tutto se stessi. L’Aldilà non sarebbe quindi semplicemente un luogo da abitare all’infinito, quanto una relazione, con la Trinità grazie a Gesù Risorto, che compie in modo definitivo la nostra umanità.
È anche interessante chiederci: come ci approcciamo a questi temi?
Con un atteggiamento “fideista”, a tutti questi ragionamenti si potrebbe obiettare: è inutile cercare una logica o una spiegazione sensata, perché se Dio è Dio, allora è onnipotente e quindi può realizzare qualsiasi cosa, non solo a prescindere dalle leggi della fisica, ma anche al di là della nostra capacità di immaginazione.
Con un approccio più “materialista”, potremmo invece non solo agnosticamente abbandonare la speranza di poter spiegare l’aldilà e la resurrezione, ma addirittura arrivare a ritenere tutte queste speranze come illusorie e limitarci ad accoglierle come delle belle poesie per addolcire il nostro sguardo sulla vita umana drammaticamente destinata alla morte. Non sembri questo approccio “poco cristiano”, perché comunque è presente anche tra i “praticanti” (l’87,7%, e non il 100%, crede nella vita dopo la morte, in base alla recente indagine del CENSIS; e stiamo parlando solo dei praticanti…).
Lo sforzo più “teologico” è da sempre quello di trovare un senso alle credenze cristiane, per scoprire se esse hanno una ragionevolezza tale da non poter essere derubricate a superstizioni assurde: ecco perché spesso si cerca in qualche impostazione filosofica la struttura argomentativa necessaria per giustificare la dignità dei contenuti della fede cristiana.
Altri preferiscono rimanere soprattutto ancorati al linguaggio biblico, certamente il più suggestivo, ma con la consapevolezza di non saper rispondere molte volte alle obiezioni poste dai non credenti alla speranza cristiana… forse semplicemente si abitano le domande di senso, che ogni uomo e ogni donna condividono, con tutta la loro drammaticità e senza facili scappatoie, affidandosi alle parole e alla fede di Gesù e in Gesù.
E tu, cosa ne pensi?
Con quale approccio affronti queste domande?
Matteo De Matteis
Chiara Zambon






