“Cosa significa giustizia per te?”: questo interrogativo ha costituito il punto di partenza per un dialogo vivace e costruttivo intercorso, mercoledì 19 febbraio, tra noi giovani di AC e la professoressa Marta Cartabia, docente di Diritto costituzionale all’Università Bocconi, prima donna a presiedere nel 2019-20 la Corte costituzionale, e poi ministro della Giustizia nel 2021-22 con il Governo Draghi.
Il dialogo fra i giovani a la Prof.ssa Cartabia
In effetti, la dottoressa Cartabia ci ricorda, innanzitutto, che il tema della giustizia interpella ciascuno di noi, ci chiama in causa in prima persona. La domanda di giustizia non si respira solo nelle aule dei tribunali, ma si avverte ogniqualvolta subiamo un torto, un’offesa, un’umiliazione. L’ingiustizia sofferta ci può portare a provare sentimenti di rabbia e desideri di vendetta: una reazione umana davanti al male che ci è stato causato. Tuttavia, rispondere al negativo con un’altra azione di segno negativo non cancella il danno che ci è stato arrecato, ma finisce per dar vita ad una spirale di violenza e negatività, spesso senza fine.
La pena come un percorso
Davanti a un’offesa subita – continua la professoressa Cartabia – occorre innanzitutto accertare quelle che sono state le responsabilità nonché ricostruire, il più fedelmente possibile alla realtà, le dinamiche entro le quali si è consumato il reato. La pena, applicata al termine del processo, non deve costituire una sofferenza priva di significato, una punizione finalizzata a togliere dignità all’autore dell’illecito. La risposta penale – come recita l’art. 27, co. 3, della nostra Carta costituzionale – deve tendere alla rieducazione del condannato: la pena deve rappresentare un percorso durante il quale poter maturare una autonoma presa di distanze dalle precedenti condotte criminose e la scelta parallela di reimpostare la propria vita futura secondo legalità. Una pena, pertanto, che contenga in sé il seme della speranza: la speranza di poter cambiare il proprio futuro, di poter compiere scelte differenti da quelle passate e di poter percorrere strade nuove.
L’importanza dell’incontro
In quest’ottica, la dottoressa Cartabia sottolinea l’importanza dell’incontro: l’incontro del condannato con le persone che affiancano il suo percorso espiativo (educatori, cappellani, psicologi…), capaci in molti casi di far scattare quella “scintilla” indispensabile per il cambiamento, ma anche l’incontro del condannato con la vittima. I programmi di giustizia riparativa mirano proprio a questo: a far sì, cioè, che tra l’autore del reato e la persona offesa possa instaurarsi un dialogo – supervisionato da un terzo mediatore – volto a far emergere la verità sulla vicenda del reato e a promuovere una, seppur faticosa, riconciliazione tra le due parti.
Questo incontro con la professoressa Cartabia lascia a noi giovani l’importante insegnamento di non smettere mai di interrogarsi su tematiche – quale quella sulla giustizia e sulla risoluzione dei conflitti – estremamente complesse, ma fondamentali. Questo incontro consente a noi giovani di comprendere che la risposta all’offesa subita, se non può eliminare il male che è stato provocato, può quantomeno cercare di ricostruire quel rapporto del condannato con la vittima e la società lacerato dalla precedente commissione del reato.
Greta Sferlazza






