Con questo articolo chiudiamo la ripresa della 2 giorni teologica 2025. Prima di riprendere l’ultimo intervento, è doveroso sottolineare un aspetto non indifferente che la 2 giorni teologica ha permesso di sperimentare, ovvero una ricerca “tra teologi”.
Quando abbiamo individuato il tema, quasi scontato vista la concomitanza con il Giubileo che offriva come sfondo una virtù teologica, abbiamo cercato chi, tra i teologi che conoscevamo, avesse approfondito il tema della speranza, e sono scaturiti due nomi, che su fronti differenti lo hanno affrontato sotto l’aspetto filosofico (Francesca Peruzzotti) e dell’antropologia cristiana (don Francesco Scanziani); in particolare da don Francesco è nata la sollecitazione a contattare anche il prof. Alberto Conci, conosciuto da lui anni fa proprio cercando un confronto con chi avesse approfondito il tema della Speranza.
Ne è nata una ricerca comune e la sottolineatura di aspetti importanti e complementari per lo sviluppo del tema, una immagine che ci pare sia stata apprezzata. Inoltre, la “finta” confusione con cui il prof. Conci ha intessuto in diretta la sua relazione, dopo aver ascoltato le altre due, ha permesso anche di vedere una ricerca che man mano diventava una relazione: un rischio non da poco per un teologo da cui ci si aspetta un certo ordine e chiarezza espositiva. La sua “interpretazione” ha invece dato l’idea della sconfinata ricchezza del tema che non può essere consegnata in poche battute. Anche la forma dell’esposizione è stata teologica, di una teologia che richiama la radice spirituale e dunque infinitamente fantasiosa della riflessione. Regali forse inattesi, ma molto apprezzati, di una 2 giorni intensa!
Cercando di rimanere fedeli al metodo utilizzato dal prof. Conci, e ovviamente soprattutto alle sue sollecitazioni, provo a ripercorrere la sua relazione aggiungendo altre riflessioni a partire dal percorso offerto. Lo farò utilizzando due testi, diversi come genere tra loro, a cui mi appoggerò per evidenziare i tratti della Speranza che ci sono stati consegnati.
Speranza come fiume carsico
La speranza è una virtù che potremmo definire “dei tempi ultimi” o di crisi, o, come ha detto Conci, dei momenti in cui la vita, le esperienze vissute a livello globale, collettivo, hanno presentato un salto di qualità nella storia. Solo per stare agli ultimi secoli: il periodo del Risorgimento, che ha sconvolto tutto il mondo occidentale (il famoso 1848, da cui è nato il detto “è successo un 48”, è stato un anno di grandi rivoluzioni e speranze, è l’anno in cui, da gennaio a dicembre, sono scoppiate rivolte in tutti gli stati e sono state concesse ovunque, anche nello stato pontificio, delle costituzioni) e le due guerre mondiali, in cui nella seconda sono avvenute due vicende che hanno profondamente messo in discussione la vita umana: l’olocausto degli ebrei, con la conseguente domanda che per molti non ha risposta (dov’era Dio ad Auschwitz?) e poi l’utilizzo della bomba atomica per chiudere il conflitto, ma con la percezione di aver usato un ordigno capace di distruggere l’umanità intera. In seguito il terrore nucleare ha tenuto banco per decenni nei rapporti di forza tra USA e URSS, con i giorni terribili della crisi dei missili di Cuba, vicenda dalla quale è nato uno dei testi più belli di Giovanni XXIII, testo che apre alla Speranza e al desiderio di unità del genere umano, ovvero l’enciclica Pacem in Terris.
È quando si avverte che abbiamo raggiunto un limite che la Speranza torna prepotentemente in primo piano, con tutte le definizioni, anche laiche, che spesso ne riducono la portata teologica, pur esprimendo un desiderio vero e comprensibile. Stando al nostro mondo occidentale, non si è parlato certo di speranza nei momenti della ripartenza dopo la fine della II guerra mondiale o dopo la caduta del muro di Berlino, forse la si è accantonata per dare spazio a pensieri più pratici di ricostruzione (senza un fine ben chiaro, tanto che è durato poco il benessere generato) o addirittura proclamando la fine della storia perché ormai il mondo aveva imboccato una strada di benessere globale (e anche questo è durato ben poco, almeno fino all’11 settembre 2001…). Verrebbe da dire che quando la Speranza non viene più nominata c’è da temere qualcosa…
Speranza come virtù sociale
Di fronte alla possibilità di essere giunti ad un punto di svolta o di non ritorno (come oggi per la crisi climatica), la Speranza ricompare all’orizzonte come virtù che anzitutto ci fa percepire che c’è un legame tra tutto il genere umano: la Speranza ha necessariamente una dimensione sociale, o si spera per tutti o altrimenti c’è la catastrofe. Parafrasando, possiamo dire, con una frase ripetuta spesso da papa Francesco, forse tra le più iconiche del suo pontificato, che “Nessuno si salva da solo, siamo tutti sulla stessa barca”, frase presente nella “Laudato sì”, nella “Fratelli tutti” e in quella indimenticabile preghiera del Venerdì Santo del 2020, in piena pandemia, in una piazza San Pietro vuota, deserta. La dimensione sociale della Speranza ci riconnette al mondo intero, e aiuta a superare una percezione che c’è anche nel vissuto cristiano, ovvero che la Fede sia qualcosa di personale e che anche la Salvezza sia un affare tra me e il Padreterno; la Speranza rettifica questa idea distorta, perché ridona una dimensione universale al cammino di ciascuno. Non solo, riconnettendoci al mondo, ci permette di giocare la nostra libertà, ma anche le conoscenze e competenze personali a servizio dell’umanità, fa rinascere legami, costruisce ponti e ricuce le fratture che l’individualismo, il carrierismo hanno prodotto nella nostra società. A questo proposito, ed è la prima di una serie di citazioni, mi permetto di far sentire la voce di Byung Chul Han, filosofo tedesco di origine coreana, che ha scritto un bellissimo testo sulla Speranza (“Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione”), e a proposito della questione del “noi” dice:
Il culto della positività (così definisce uno dei miti della nostra società) isola le persone, le rende egoiste e distrugge l’empatia poiché nessuno più si interessa alla sofferenza degli altri. Ciascuno, singolarmente, si occupa solo di sé stesso, della propria felicità, del proprio benessere. Il culto della positività del regime neoliberale disinnesca la solidarietà all’interno della società. Di contro al pensiero positivo, la Speranza non volta le spalle alle negatività che attraversano la vita. Essa mantiene l’attenzione su di esse e ne preserva la memoria. Inoltre, non isola le persone, ma le lega e le riconcilia. Il soggetto della Speranza è un Noi.
E in un altro passaggio riprende la dimensione del Noi che si contrappone all’angoscia prodotta della società dell’eccellenza, che separa e uccide, contrapponendo la solitudine della angoscia alla comunità che nasce dalla Speranza:
Poiché l’angoscia isola le persone non è possibile angosciarsi insieme. L’angoscia non produce alcuna comunità, alcun Noi. Nell’angoscia ciascuno è lasciato a sé stesso. La Speranza, di contro, ha al suo interno una dimensione del Noi. Sperare significa allo stesso tempo comunicare ad altri la stessa Speranza, tenere viva la fiamma, “far risplendere attorno a sé una fiamma”.
Riprenderò questa immagine alla fine.
Speranza come dimensione politica
È evidente che richiamare la dimensione comunitaria della Speranza porta a considerarla come virtù che necessariamente ha una connotazione politica, altrimenti rischia di essere uno sfondo spirituale, addirittura spiritualistico della storia, ovvero uno sfondo inaccessibile che rimanda ad un mondo divino inarrivabile e da ultimo indisponibile. Gesù è la nostra Speranza, ovvero una persona che ha vissuto nella Storia ed ha offerto una risposta alla esperienza umana, anche e soprattutto alle situazioni critiche. La sua lettura di Isaia nella sinagoga di Nazaret, cercata nel rotolo che gli era stato consegnato, parla del Giubileo, dell’anno di Grazia e di Misericordia, a cui toglie il versetto profetico che parlava di vendetta; la vita passata a riportare gli ultimi nella comunità, ad annunciare un Vangelo, attraverso le parabole, in cui il Regno dei cieli ridona la giustizia, la relazione piena con il Padre: la presenza di Gesù cambia le relazioni, anche quelle istituite: “tra voi non sia così”, le parole del racconto della Cena Pasquale nel vangelo di Luca sono una indicazione anche per il potere. Ma la Speranza come virtù politica fa i conti anche con la gestione del tempo storico, che non è il tempo definitivo; quindi, il tempo in cui c’è la presenza del Male, in cui la Speranza ha a che fare con la morte dei giusti, degli innocenti. Il testo dell’Apocalisse, in particolare il cap.13, ci mette di fronte alla storia che ancora oggi porta il conto dei giusti uccisi. C’è ancora da fare nella storia perché il Bene trionfi definitivamente, ed è qui che la Speranza gioca un ruolo particolare: non permette la fuga in un luogo solitario, lontano, ma ci spinge a rimanere operativi nella storia e a contrastare il Male. La Speranza non è un pensiero positivo sul futuro, che anestetizza e fa sopportare il Male, è invece la certezza che il Male non è l’ultima parola, ma che già oggi è possibile vivere tra fratelli, riconciliati, curandoci a vicenda. “Un altro mondo è possibile” è uno slogan di tanti movimenti nati in contesti di povertà, che ben riassume la forza della Speranza, che anche oggi si possa realizzare il Regno di Dio. Al tempo stesso la Speranza come virtù dal risvolto politico ci chiede di essere attivi nel costruire il Bene, ci chiede di vivere con Giustizia e ci ricorda continuamente che il Bene non dobbiamo aspettarlo dal Dio che interviene affannosamente a riparare i danni che abbiamo causato noi, ma è un dono che passa dalla nostra responsabilità. La Speranza è una virtù che ci rende operatori di Pace.
Certo, la Speranza intesa come dinamismo tra Dio e uomini, dipendente quindi da entrambi i soggetti della relazione, può anche essere delusa; mi viene in mente, al proposito, un momento tragico della vita Italiana, l’uccisione di Aldo Moro; ai funerali, Paolo VI, amico personale di Moro da decenni, rimproverò Dio di non aver ascoltato la preghiera per la liberazione della persona cara, e pochi mesi dopo Paolo VI morì senza avere avuto una risposta alla supplica angosciata. Pochi anni dopo, la lotta armata delle Brigate Rosse finì, forse proprio a partire da quella preghiera di Paolo VI: la Speranza va vista nei tempi della Storia, i suoi frutti vanno attesi oltre le nostre capacità di comprendere.
La Speranza è il fuoco che abbiamo dentro
Chiudo con una seconda citazione, presa dal romanzo di Cormac McCarthy “La strada”; il romanzo racconta la vicenda di un padre e un figlio che vagano in un mondo distrutto da una calamità naturale che ha bruciato ogni forma di vita. Sono sopravvissuti pochi uomini che cercano di sopravvivere, e il padre e il figlio protagonisti cercano di raggiungere la costa, forse sperando che il mare possa ridare vita alla terra. Ma nel viaggio, in cui ne capitano di tutte, il padre si ammala e alla fine muore. Prima di morire c’è questo dialogo tra padre e figlio, il padre vuole che il figlio lo abbandoni; il dialogo inizia con il desiderio del figlio:
Voglio restare con te.
Non puoi.
Ti prego.
Non puoi. Devi portare il fuoco.
Non so come si fa.
Sì che lo sai. È vero? Il fuoco intendo. Sì che è vero.
E dove sta? Io non lo so dove sta.
Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo.
Il fuoco, dentro a ciascuno di noi, è la Speranza che fa ripartire la vita!
Ottavio Pirovano






