L’Azione cattolica ambrosiana raccontata… da un socio. Giuseppe Bonelli è infatti autore del volume – fresco di stampa – intitolato Gli anni dell’onnipresenza. Un giovane di Azione cattolica nella Milano di fine ‘900 (Marcianum Press, settembre 2025).
“Questo libro offre un profilo dell’organizzazione dell’Azione cattolica di Milano alla fine del secolo scorso, a partire dall’esperienza diretta dell’autore nella militanza associativa”, precisa l’editore. “Particolare attenzione è dedicata al rapporto con il magistero del cardinale Carlo Maria Martini, figura centrale in quegli anni per la vita ecclesiale non solo milanese”. Il libro ripercorre momenti di aggregazione emblematici: dalle vacanze estive alle grandi iniziative organizzate nelle principali città della diocesi. Viene inoltre delineato il profilo spirituale dei giovani di Ac, ispirato a una vera e propria “regola di vita”. Infine, non manca un “bilancio” dell’impegno sociale, politico e missionario dei militanti dell’epoca, in un periodo attraversato da vivaci dibattiti e profondi cambiamenti.
Giuseppe Bonelli, classe 1969, è sposato con Marzia e hanno due figli; dirige l’Ufficio scolastico provinciale di Como e quello regionale per gli Esami di Stato. In Ac è stato, fra l’altro, nel consiglio nazionale del Movimento studenti e segretario unitario dell’Ac di Milano e dell’Ac lombarda.
Da dove nasce questo libro? Ovvero… come sei arrivato tra i giovani Ac?
Il libro per me è una restituzione, ovviamente parziale, di quanto ho ricevuto nel mio percorso associativo negli anni giovanili e, mi verrebbe da dire, di quanto ricevo ancora oggi da quell’esperienza e dall’appartenenza associativa. La mia era una famiglia laica, che tuttavia non ha mai ostacolato, anzi direi ha favorito, il mio incontro con la fede, ma è stata la frequentazione prima dell’Acs e poi del settore Giovani l’occasione per capire, per quanto sono riuscito, la ricchezza dell’annuncio cristiano. Ho cominciato dalla scuola, anche questo elemento significativo a mio parere, dal Gruppo Confronto e poi dal gruppo decanale dell’Acs di Monza. E non è stata solo una storia di amicizia, anche se sicuramente alcune di quelle che ancora oggi coltivo sono cominciate allora, ma un vero cammino di introspezione e di comprensione di come la fede poteva aiutarmi a capire me stesso e il mondo che mi circondava.
Cosa ti ha dato l’associazione nei tuoi anni giovanili in relazione alla vocazione, alla fede, alle relazioni umane?
La convinzione che non si può camminare da soli o, meglio, che per farlo dobbiamo accompagnarci ad altri che possono aiutarci ad affrontare le domande che in quell’età della vita inevitabilmente ti poni. Poi, più concretamente, ho acquisito un bagaglio di competenze, di skills come si direbbe oggi, che sono state fondamentali per la mia esperienza umana e professionale: gestire un gruppo, organizzare incontri e convegni, scrivere articoli e sussidi e soprattutto accompagnare poi altri più giovani di me nello stesso cammino. Quest’ultima esperienza è stata quella fondamentale: io ero già molto appassionato del mondo della scuola, ma lì ho capito che la formazione era la mia vocazione, accanto a quella, meno diretta, dell’agire politico, tanto è vero che oggi lavoro nel mondo della formazione e milito in un partito politico.
Qualche ricordo particolare…
È difficile fare un ordine qualitativo tra i tanti momenti belli che ho vissuto, ma quello che mi porto maggiormente dentro sono le persone che ho incontrato, a partire dagli assistenti di quegli anni: don Luigi Galli, con il quale ho poi proseguito e condiviso tutta la mia esperienza spirituale; don Franco Agnesi ed altri sacerdoti che poi ho avuto l’onore e il piacere di ritrovare vescovi in alcune delle province dove ho diretto gli Uffici scolastici: don Giuseppe Merisi a Lodi, don Giovanni Giudici a Pavia, don Vincenzo Di Mauro a Vigevano. Inoltre, ricordo tante figure di laici adulti che per me hanno rappresentato diversi modelli di vita matura di fede a partire dal compianto Eugenio Zucchetti, che è stato il “mio” presidente quando sono stato segretario diocesano. Infine i miei colleghi nelle responsabilità del settore Giovani, con molti dei quali ancora adesso sono in contatto. Un rapporto particolare c’è stato con il Pime e i suoi missionari, soprattutto padre Davide Sciocco, che seguo ancora nella sua preziosissima opera in Guinea. Infine, ma soprattutto, grazie all’Ac e in particolare alla Fuci ho conosciuto mia moglie Marzia: basterebbe questo a dire quanto sono riconoscente all’associazione!
Giuseppe, sei rimasto vicino all’associazione? Come la vedi oggi, nel contesto di una società e di una Chiesa in cambiamento?
Io sono diventato responsabile associativo praticamente dopo un anno di militanza e ho continuato ad avere incarichi per i dieci anni successivi, durante i quali mi chiedevo come sarebbe stato essere un semplice socio: ora nella mia vita adulta ho raggiunto questo traguardo! Tra l’altro, vivendo la doppia esperienza prima dell’appartenenza solitaria in una parrocchia dove l’Ac non era presente e poi attualmente nella bella realtà dell’Ac parrocchiale a Regina Pacis e nell’Unità pastorale della Trasfigurazione. Vedo quindi l’Ac dal basso e con gli occhi dei miei figli, che hanno frequentato prima l’Acr e poi l’Acs e ritrovo molto di quanto ho vissuto negli anni giovanili, seppure in una dimensione più ridotta nei numeri e diversa nel ruolo ecclesiale, ma credo che il bello sia proprio questo: l’Ac è una storia che accompagna la Chiesa e l’Italia da un secolo e mezzo condividendone le gioie e le speranze, ma anche le tristezze e le angosce, come ci ha insegnato il Concilio!






