Noi uomini e donne di oggi siamo ancora capaci di sognare? La domanda può sembrare semplice, quasi retorica. Eppure, se presa sul serio, intercetta qualcosa di essenziale del nostro tempo. Viviamo dentro una cultura che valorizza la prestazione, l’efficienza, la competenza. La mente è continuamente sollecitata a funzionare, organizzare, risolvere, ma sempre meno a immaginare.
Ci si muove lungo traiettorie già tracciate, si rincorrono obiettivi, si costruiscono percorsi e, tuttavia, sotto questa superficie ordinata, affiora spesso una forma più silenziosa e meno riconosciuta di disagio: la difficoltà a desiderare.
Come osserva Miguel Benasayag, il rischio del nostro tempo non è solo la “crisi economica”, ma la perdita di possibilità, la riduzione dell’esistenza a ciò che è già calcolato. Ci mancano i sogni come apertura, come spazio in cui il reale può essere pensato diversamente. Il sogno come forma di resistenza che introduce uno scarto, interrompe l’automatismo, riapre il campo del possibile.
È in questa tensione che si inserisce la nostra Summer School AC 2026. Non come proposta tematica, ma come esperienza viva, un tentativo di restituire al sogno la sua dignità di gesto culturale. Non si tratta semplicemente di “parlare di sogni”, ma di creare le condizioni perché qualcosa possa emergere: idee, immagini, relazioni.
Attraversa il nostro percorso la celebre frase di Martin Luther King: We have a dream. Non uno slogan, ma un atto trasformativo. Il sogno non si oppone alla realtà, la orienta, la rende pensabile, ci consente di vedere ciò che ancora non c’è, ma che chiede di essere portato alla luce.

Una settimana plurale
Una settimana che si sviluppa in una forma volutamente plurale. Filosofia, psicologia, teologia, diritto e teatro dialogheranno tra loro per mantenere aperta la complessità della domanda: Miriam Francesca Bianchi, Maria Letizia Lombardi, Giovanni Cesare Pagazzi, Filippo Pizzolato, Thomas Otto Zinzi, Rosario Iaccarino e Pif ci aiuteranno a costruire uno spazio in cui il sogno potrà essere interrogato da angolature diverse.
Accanto alla riflessione non mancherà l’esperienza. Il contatto con la natura, attraverso l’escursione nei boschi dell’Appennino, e il lavoro corporeo e simbolico del teatro ci renderanno consapevoli del fatto che il sogno non è solo un contenuto da pensare, ma qualcosa che deve prende forma, che si deve condivide.
Cinque giorni, dal 22 al 26 luglio, a Marola, in cui esercitare uno sguardo diverso su di sé e sul mondo. Una proposta che, siamo sicuri, intercetta un bisogno sempre più evidente: la necessità di spazi in cui sia possibile sospendere l’urgenza della prestazione e tornare a un rapporto più vivo con la realtà, meno ridotto, meno saturo.
Perché, forse, il problema non è che non abbiamo sogni.
È che non abbiamo più luoghi in cui possano accadere.
Gianluca Daffi
Foto di Evi T. su Unsplash






