«E per loro io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome («yad vaShem») […] che non sarà mai cancellato.» (Isaia 56,5)
Yad Vashem è il museo della Shoah, ovvero il luogo della memoria dei sei milioni di ebrei morti per l’olocausto. Luogo nel quale ognuno è ricordato con il suo nome riportato sulle pagine di un lungo elenco a inizio percorso, e le cui memorie sono conservate in faldoni neri tutti visibili nell’ultima sala del museo.
Un percorso che ripresenta con immagini e oggetti lo sviluppo del pensiero antinazista che è sfociato nella persecuzione degli ebrei, la loro ghettizzazione e lo sterminio nei campi di concentramento fino alla fine della seconda guerra mondiale.
Tutto intorno un grande giardino con tante piante, ognuna con la targa riportante il nome dei “giusti delle nazioni” che hanno salvato degli ebrei dirante lo sterminio.
Un vagone di un treno merci su un tronco di binari davanti al quale compare la scritta “Io sono su questo vagone. Sono Eva con il mio figlio Abele. Se vedete l’altro mio figlio Caino, figlio di uomo, ditegli che….”
Sulla base di queste immagini e pensieri molto incisivi, siamo stati invitati a pensare a riflettere su come questo luogo ci interroga:
1. Su Dio: con quanto è successo come poter tenere insieme onnipotenza, bontà e conoscenza divina senza che una sia contraddetta dall’altra?
2. Sull’uomo: lo sterminio di un popolo è espressione di volontà di male che c’è nella storia dell’umanità. Come uscire da questa logica? Gesù ha offerto esempio di passione e morte vissute con affidamento. Papa Francesco in “Fratelli tutti” ha invitato a cambiare lo sguardo di Caino con quello di Gesù.
Domande che non hanno risposte immediate ma che invitano a leggere la storia (sia quella della Bibbia, sia quella più attuale) con uno sguardo attento e aperto.
Paola Calò, pellegrina in Terra Santa






