«Il cuore di Dio è straziato dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne. Ma il cuore del nostro Padre non è con i malvagi, con i prepotenti, con i superbi: il cuore di Dio è con i piccoli e gli umili, e con loro porta avanti il suo Regno d’amore e di pace, giorno per giorno». Sono parole pronunciate in Algeria da Leone XIV durante il suo pellegrinaggio in terra d’Africa. Sono ormai quotidiani i richiami di papa Prevost a favore della vita e della pace, denunciando i mali dell’odio, della violenza, della sopraffazione, della produzione e la vendita di armi.
Perché se non fosse bastata la guerra in Ucraina, che da più di quattro anni fa strage di un popolo, si sono progressivamente aggiunti altri conflitti, con l’attentato terroristico del 7 ottobre 2023 e a seguire l’inumana devastazione e la tragedia di Gaza, l’apertura del fronte iraniano, la distruzione del Libano. Guerre, queste, a fasi alterne sotto i riflettori, mentre ce ne sono numerose altre – locali o regionali, dichiarate o meno – taciute dai media e dimenticate dalla politica: basterebbe citare, solo a titolo d’esempio, Sudan, Mozambico, Congo, Yemen, Haiti, Myanmar.
Così nelle ultime settimane siamo stati costretti ad aggiornarci su concetto e conseguenze della guerra. Per un attimo non riuscivamo a distinguere la cruda realtà da un videogioco: ci è sembrato impossibile che un innocuo drone che guardava dall’alto potesse tramutarsi in una bomba a basso costo (ma solo economico), che un avversario potesse essere eliminato tramite un comando a distanza del suo cellulare. Qualcuno lo chiama progresso.
Eppure, questa situazione – che papa Francesco aveva già definito «terza guerra mondiale a pezzi», artefice di instabilità – ci sta esplodendo sempre più vicino, ed anche per questo diventiamo egoisticamente più sensibili. La progressione dei conflitti è diventata vertiginosa perché nel giro di poco tempo tecnologia, informazione e controinformazione, il riemergere dell’utilizzo strumentale della religione a fini politici, la caduta della dimensione etica (io solo sono il termine di giudizio del mio operare…) hanno prodotto una miscela esplosiva.
Ma dietro tutto questo ci sta il mutamento d’epoca per cui i riferimenti politici internazionali non sono più il diritto, la politica, la diplomazia, il negoziato, l’accordo (obiettivo dell’Onu, nata dopo la Seconda guerra mondiale) ma è diventata la forza. Se ne ho la forza e la destrezza posso catturare il Presidente di un altro Stato per giudicarlo nel mio tribunale (non in quello internazionale); oppure dichiarare che la Groenlandia mi interessa per la sicurezza nazionale e che perciò la posso conquistare ed eventualmente comperare (!); posso fare guerra all’Iran che pure è un regime deplorevole e autoritario (da cambiare) accusandolo di essere prossimo ad utilizzare l’atomica. A ben guardare più che la giustizia e la sicurezza si evidenzia spesso l’interesse economico. Alla difesa della dignità e dei diritti umani si sostituisce il consolidamento del potere, originariamente legittimo.
Recentemente papa Leone ha dichiarato ancora: «La minaccia a tutto il popolo dell’Iran non è accettabile… Gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e il segno di una distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto…» (7 aprile 2026), invitando alla preghiera ma, forse inaspettatamente, sollecitando i cittadini elettori a farsi sentire dai propri rappresentanti istituzionali. O ancora, in occasione dell’udienza al Sinodo della Chiesa di Baghdad dei Caldei (10 aprile 2026): «Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe».
Come associazione laicale, all’interno di una Chiesa che vuole farsi carico de «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et Spes, Concilio Vaticano II, 7 dicembre 1965) intendiamo proporre ad ognuno questi impegni:
Tenersi informati
Tenersi informati, studiando, riflettendo e mantenendo o costruendo contatti e confronti con altre persone – dell’associazione, della parrocchia, di altre realtà culturali, sociali, ecclesiali – per farsi una corretta opinione che distingua fra aggressore ed aggredito, fra oppressore e oppresso, fra informazione e manipolazione, fra bene comune e interesse personale o di gruppo. L’attenzione va comunque alle vittime di entrambi i fronti (come i soldati ucraini e russi, i civili inermi colpiti a Kiev, a Beirut, a Teheran o a Tel Aviv) e alle tante guerre dimenticate. Ma conoscenza ed attenzione vanno anche alle povertà e alle migrazioni generate dalla violenza, così come alla cura del Creato e alla tutela dell’ambiente, obiettivo questo oggi ancor più pregiudicato per “inquinamento da conflitto”.
Pregare
Pregare: il nostro Vescovo Mario – che ha definito la guerra «enigma incomprensibile che genera disastri» e la «pace come guarigione» – invita le comunità a pregare, a partire dall’adesione alle celebrazioni comunitarie e ai momenti di riflessione diocesani. Pregare non tanto per pretendere miracoli, ma perché non svanisca la speranza della resurrezione e cresca la responsabilità individuale e collettiva nei confronti delle sofferenze e delle fragilità, a cominciare dalle famiglie e dai minori, in particolare nei territori assediati e affamati.
Ci dice papa Leone: «Bisogna pregare tanto. Non vogliamo la guerra, vogliamo la pace» perché «chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!» (appello nel messaggio Urbi et Orbi della domenica di Pasqua).
Riscoprire gesti di carità e animare la dimensione politica
Riscoprire gesti di carità e animare la dimensione politica, perché nelle istituzioni siano presenti persone che per competenza e dedizione sappiano dare nell’ambito pubblico ragione della propria umanità e della fede religiosa, mettendo in gioco una rinnovata spiritualità, e costruire instancabilmente percorsi di pace. In particolare, si rivolga un’attenzione specifica ai giovani, indicando la volontà di un nuovo protagonismo generazionale. In un’Europa che ha vissuto ottant’anni di pace bisogna ridare un’anima alla politica, perché la democrazia è una conquista continua.
Nel segno della solidarietà, prosegue, è bene ricordarlo, il Progetto Cometa di Betlemme: un segno da parte dei soci e degli amici dell’Azione cattolica ambrosiana che si stanno impegnando per raccogliere fondi in modo da aiutare giovani della Terra Santa a portare avanti gli studi. Le mobilitazioni di gruppi locali di Ac e di varie parrocchie, unite alla generosità di singoli e di famiglie, stanno facendo affluire generose donazioni che porteranno aiuti laddove ce n’è più bisogno.
Occorre dunque darsi obiettivi e vigilare perché, di questi tempi, corriamo il rischio dell’assuefazione all’arroganza e alla violenza (istituzionale ma anche interpersonale), diventando indifferenti di fronte alla sofferenza individuale e alle stragi collettive. L’incertezza a livello globale non deve farci ammainare le bandiere della pace: è ora di riprendere un cammino di autentica fraternità.
Gianni Borsa
Presidente diocesano Ac Ambrosiana






