Domenica 17 novembre la Chiesa universale celebra la Giornata mondiale dei poveri. Il Consiglio diocesano di Ac, in attuazione al Documento assembleare votato lo scorso febbraio, ha definitivo un calendario di lavori su quattro temi, tra cui i poveri e i giovani. Proponiamo questa riflessione di Francesca Meregalli, storica socia dell’Ac di Muggiò, che lavora nel mondo delle cooperative sociali del sistema Consorzio Farsi Prossimo, promosso da Caritas ambrosiana.
La preghiera del povero sale fino a Dio
«La preghiera del povero sale fino a Dio… La speranza cristiana abbraccia anche la certezza che la nostra preghiera giunge fino al cospetto di Dio; ma non qualsiasi preghiera: la preghiera del povero!».
Il messaggio del Papa per la Giornata dei poveri 2024, che si celebra il 17 novembre, ci sprona a pregare come il povero: quest’ultimo diventa, pertanto, il nostro modello di affidamento a Dio, che ci ha fatti frammenti di sé stesso. È un messaggio forte, che mi costringe a un atteggiamento di umiltà, di accoglienza, di buoni pensieri.
La chiave che apre le porte
Se penso al povero (sia esso emarginato, sfollato, disoccupato, o anche solo poco istruito, sfiduciato, solo, carcerato), mi viene in mente l’immagine della chiave.
La chiave è uno strumento potentissimo. Chi ha le chiavi di una porta, può scegliere, per sé o per gli altri, se e quando aprirla. E se la apre vuole conoscere il perché e il percome si debba passare da quella porta. Con una chiave si può decidere se lasciare fuori o trattenere dentro, per un tempo che, anche se determinato, a volte può sembrare infinito. Sta al proprietario discernere che utilizzo farne. A volte si può anche trattenere al chiuso qualcuno, se lo si vuole proteggere, ma più spesso è opportuno aprire e mettere in comunicazione il dentro con il fuori: vi passa la luce, vi passano le persone, vi passa l’aria, in uno scambio continuo fra luogo interno e luogo esterno.
Mettersi in relazione
Ecco: se penso al povero, penso a quante chiavi io abbia a disposizione per mettermi in relazione con lui, anche se non sempre le uso in modo opportuno. Penso soprattutto che solo conoscendo l’altro, cesso l’atteggiamento pietistico. Solo aprendomi, scopro l’uomo o la donna che ho davanti, e me ne stupisco. L’incontro con il povero è un esercizio stupendo contro il pregiudizio perché permette a entrambi di esprimere le proprie risorse, insieme alle proprie fragilità. L’incontro con il povero mi educa alla fiducia e all’umiltà: ho bisogno di cambiare lo sguardo passando dalla convinzione di potergli “salvare la vita” alla consapevolezza che solo insieme ci si salva.
Fiducia è una bellissima parola, che noi adulti dovremmo applicare sempre di più, così ancorati come siamo alle nostre idee consolidate negli anni.
Uno sguardo sui giovani (e sugli adulti)
Guardo i giovani. Sarebbe facile dire che la loro povertà risieda nella mancanza di valori, ma fosse anche vero, è pur vero che hanno le energie, l’entusiasmo, le capacità fisiche e mentali che i giovani di tutto il mondo e di tutti i tempi hanno.
A volte mi sembra che noi adulti li soffochiamo, che il loro spazio naturale sia occupato da noi che, in buona fede, continuiamo a fare i giovani pur invecchiando. Tempi che cambiano, certo, eppure io sono riconoscente ai miei genitori che, senza mai perderci di vista, hanno allora permesso a me e ai miei fratelli di pensare e costruire, con i nostri coetanei, la società e la chiesa stessa. Con la generazione di adulti di quegli anni, si creava un confronto vivace, a volte ricco di contraddittorio, su cos’erano state e cosa sarebbero potute diventare la società e la chiesa.
La nostra tentazione, invece, è quella di proporre continuamente iniziative e riflessioni che, per quanto splendide, hanno il limite di essere legate alla nostra idea di chiesa (o di società), quella appunto di trent’anni indietro, che per noi era la migliore in assoluto.
Agire in autonomia
Oggi la chiesa può aggiornare lo stile dell’evangelizzazione e testimoniare la bellezza dell’incontro e della solidarietà, se permettiamo a chi viene dopo di noi di interrogarsi e di agire, oserei dire, in autonomia. Sappiamo di cosa sono capaci i giovani durante i mesi dell’oratorio estivo; dobbiamo credere che sappiano sognare tutto l’anno! Il tempo a loro disposizione sarà ridotto, ma non la grinta di organizzare e partecipare.
Quello della comunità cristiana è uno dei pochissimi ambiti in cui i giovani operano per e con i giovani: spostiamoci dunque e lasciamo che esprimano le loro abilità. A noi adulti resta il prezioso compito, riconosciuto anche da loro, di osservare, imparare, rieducarci, reindirizzarli, in un dibattito continuo. Impariamo a sentirci poveri, e ad aver fiducia nei nostri figli perché, anche se pochi, con loro la chiesa continuerà a camminare, sull’esempio rincuorante dei Dodici, e lo farà con gioia e un pizzico di spensieratezza.






