Ci possono essere tanti modi di raccontare un momento di Chiesa importante, come quello che ho avuto il privilegio di vivere, ovvero la “Prima Assemblea italiana del Cammino sinodale”. Ogni parola del titolo meriterebbe una sottolineatura per la straordinarietà della situazione. Ci saranno tanti commenti, analisi, su quanto avvenuto. Potrebbe mancare un approccio ironico, ed è quello che vi propongo, non per deridere o sminuire quanto avvenuto, anzi, proprio per mettere in evidenza che ciò che è avvenuto ha una portata storica e al tempo stesso la storia pregressa conta e non poco. E l’ironia è uno stile di umiltà, occorre saper vedere dove, con tutte le buone intenzioni ancora fatichiamo a scostarci dalle abitudini secolari.
Tanto per essere chiari, la danza esprime leggerezza e agilità, ma anche l’elefante non deve dare solo l’immagine di un animale statico e pesante, potrebbe danzare, a determinate condizioni!
Il compito dell’assemblea
Brevemente, l’Assemblea aveva questo compito: a partire dalla raccolta di tutto il materiale arrivato in questi tre anni di “Cammino sinodale”, attraverso l’ascolto di tutti e di esperienze di incontro e relazione (5.000 gruppi sinodali hanno lavorato in Italia!), materiale che è stato analizzato e raccolto nei “Lineamenti”, rimandare alle diocesi 17 schede che indicano ambiti, prassi, stili, scelte strutturali, su cui si potrebbe lavorare in ogni territorio. Passo ulteriore sarà una raccolta delle indicazioni delle diocesi in merito alle 17 schede, da discutere nella Seconda Assemblea che si terrà ad inizio aprile e consegnare al Consiglio permanente della Cei il lavoro che sfocerà in indicazioni concrete per il futuro della Chiesa italiana.
Capite che l’elefante, quando si muove, smuove ciò che incontra!
Inutile qui entrare nei contenuti: se volete ci sono numerosi articoli sul web che dettagliano gli interventi ascoltati; mi soffermo su alcune dinamiche che hanno a che fare con il cambiamento che si vorrebbe attivare.
I Lineamenti
Il cuore dei lavori era racchiuso nello strumento dei Lineamenti: detto concretamente, un documento che serve per attivare il confronto. Dal testo sono state ricavate domande e situazioni da analizzare che corrispondono alle 17 schede, valutate in 100 gruppi di lavoro di 10 componenti ciascuno. La basilica di San Paolo fuori le Mura si è trasformata in un grande open space con 100 tavoli di lavoro e un palco per le comunicazioni all’intera assemblea.
Per stare nella metafora, la voglia di danzare si percepiva, e i lavori serrati non hanno lasciato tempo alle lamentele, o allo sconforto. La danza di 1.000 delegati si è avvertita nella intensità dei lavori, nelle sintetiche restituzioni che sono state consegnate come primo frutto ancora poco maturo ma ben predisposto a crescere. Certamente per chi ha potuto vivere l’esperienza, la percezione è che le diocesi hanno mandato persone propositive, dinamiche, che avevano esperienze e un pensiero di apertura.
La danza si è vista anche nella maturità di tanti interventi singoli, che hanno scandito la mattinata della domenica, in cui sono emersi tanti sogni rispetto all’attenzione a tutti, all’inclusione, al non farsi bloccare dalla paura, tanti racconti di esperienze positive che hanno dato speranza. Ci sono stati anche interventi densi di emozione, di persone considerate da sempre ai margini della comunità che per questo lavoro sinodale hanno potuto essere presenti e che con emozione hanno raccontato la loro sorpresa. La danza si è vista anche nei tavoli, composti da persone provenienti da diocesi diverse, con ministeri differenti, stati di vita differenti, eppure capaci di un dialogo adulto e schietto. Dunque, l’elefante ha provato a danzare, ma sempre di elefante si tratta.
La danza e la stazza
La domanda potrebbe essere questa: quando la danza non ha prevalso sulla stazza?
Quando si è voluto tenere insieme tutto, troppo, a vari livelli.
- A livello geografico, l’Italia è molto diversa da nord a sud, per storia e condizione sociale, per tradizione, per dimensioni delle diocesi, e chi più ne ha più ne metta, e quindi cercare di fare un percorso unitario credo sia impossibile; se il Vangelo va incarnato, le tante comunità cristiane debbono lavorare su questioni molto diverse. Andrebbe “inventato” un sistema-nazione a livello ecclesiale che tenga conto delle differenze, altrimenti ogni passo concreto si scontrerebbe con le variegate situazioni.
- Quando, durante i lavori, si è perso tempo perché tante persone “autorevoli” dovevano comunque intervenire: c’è stata una serie di interventi privi di contenuto, che hanno sottratto tempo ai lavori, semplicemente perché l’apparato istituzionale al suo completo doveva prendere parola.
- Quando a livello liturgico si sono vissute celebrazioni in cui, alla faccia della sinodalità, la distinzione precisa, schematica di ruoli e ministeri è stata marcata: forse non ha aiutato la forma della Basilica, ma nelle celebrazioni eucaristiche la separazione clero-laici era evidentissima. In tali occasioni, in cui la celebrazione eucaristica non è un precetto ma offre l’immagine della Chiesa, purtroppo ciò che si è visto non corrispondeva alla convocazione sinodale. Non si può ancora immaginare una celebrazione diversa, più armonica?
- Rimanendo nell’ambito liturgico, la centralità delle parole del celebrante è stata spesso un peso difficile da sopportare, troppe parole in una convocazione fatta per un dialogo e confronto; anche lo svolgimento delle liturgie è stato da Chiesa trionfante… forse un ridimensionamento dei canti o delle processioni aiuta ad essere semplici e concentrati sull’essenziale.
- Da ultimo, quando si è voluto predeterminare alcune conclusioni nel confezionamento delle schede, dimenticandosi di categorie, di ambiti, di esperienze. I lavori di gruppo hanno “ribaltato” alcune schede, fortunatamente!
Ma tutto ciò fa parte dell’essere ancora “elefante”, che vuole danzare e riesce a farlo quando si dimentica di essere un gigante, ma appena ripensa a chi è, ricade, replicando vecchi schemi. Si può danzare, a patto che ci si liberi di alcune strutture che bloccano, di alcune rigidità che non permettono movimenti, di ruoli entro cui ci si difende, a differenza dello Spirito che soffia liberamente dove vuole e su chi vuole.
Non restare legati
Non so se sono riuscito a trasmettere a chi non ha vissuto l’Assemblea ciò che ho voluto dire, ma è facilmente traducibile nei nostri contesti ecclesiali: la danza è possibile a patto di non rimanere legati (appunto, come faresti a muoverti…) a ruoli, a posizioni di pensiero, a strutture che si presume non possano cambiare.
Recentemente ho ascoltato una Vescova (quindi donna) della Chiesa anglicana che raccontava così la scelta della sua Chiesa di aprire alle donne il ministero ordinato: «Dopo qualche anno dalla decisione posso dire che la Chiesa anglicana c’è ancora, non è crollata!». Ciò che sono crollate sono tutte le pregiudiziali che bloccavano tale scelta.
Nella Prima Assemblea della Chiesa italiana abbiamo sperimentato che l’elefante può danzare, con fatica, ma ce la può fare, se si lascia guidare dalle storie di chi ha provato a farlo e, sorprendentemente, ha continuato a danzare perché non se ne può fare a meno! Il Cammino Sinodale è stato definito così perché il desiderio è che non finisca in un evento, ma rimanga una esperienza dinamica e disponibile al cambiamento, con delle decisioni inevitabili che alleggeriscano la struttura, fisica e mentale, e aprano spazi perché “todos, todos, todos” (Papa Francesco alla Gmg di Lisbona) possano ricevere l’annuncio della Salvezza.
Ottavio Pirovano – Educatore e formatore nella Pastorale giovanile, Ac Ambrosiana






