In un tempo in cui pare che sia diventato difficilissimo ascoltare e ascoltarsi, pensando a quanto accade nel mondo, la parola del profeta Gioele, in questo inizio di Quaresima, giunge a noi con una forza disarmante.
Avviando il suo libro il profeta, dopo l’invito iniziale a prestare attenzione – Udite questo, anziani, porgete l’orecchio, voi tutti abitanti della regione. Accadde mai cosa simile ai giorni vostri o ai giorni dei vostri padri? – esprime un imperativo: raccontatelo ai vostri figli! Ma cosa dovremmo raccontare ai nostri figli? Sembrerebbe che il profeta inviti a farci, a nostra volta, narratori, a perseverare nel compito di raccontare la storia e l’agire di Dio. L’inizio della Quaresima non è l’invito prezioso a questa memoria? Ma da dove iniziare?
Ritornate a me!
Sono due, senza dubbio, gli inviti del profeta che si esprimono nella forma di un imperativo. Il primo è ritornate! Non si tratta di un invito generico, senza meta, oppure relegato in un chissà dove lontano, irraggiungibile e velleitario. L’imperativo, invece, è: Ritornate a me! Lo smarrimento e la perdita di senso di ogni azione, la fatica a capire dove dirigersi, ritrovano qui un richiamo essenziale per riorientarsi. Ritornate a me! Così l’andare trova sorprendentemente slancio dentro un ritorno. Che bizzarra idea quella di andare tornando. Eppure non è una paralisi, né una regressione, ma un ritrovare il cuore del viaggio. Non è un andare qualsiasi, ma un procedere riferendosi a Lui, facendo in modo che il nostro modo di agire trovi in questo centro il suo orientamento. E questa è la ragione profonda: perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore.
Ma questa fiducia in Dio, nel suo perdono non può diventare un alibi dietro il quale nascondere la nostra inerzia. Per questo rimane sempre una variabile, un “forse” dentro il quale decidersi, un chi sa che non cambi e si ravveda e lasci dietro a sé una benedizione? Non tutto dipende da Dio, come se nulla fosse a nostra disposizione. Qualcosa dipende anche da noi, dalla nostra decisione di ritornare. Insomma tutto non è definitivamente perduto, dice il profeta, perché nella nostra decisione di tornare rimane sempre aperto un futuro possibile, quello offerto in dono da Dio, lasciato al nostro riconoscimento e alla nostra accoglienza. Sta qui il senso profondo del metterci in cammino nel tempo favorevole del Giubileo. Non tanto un prezzo da pagare per avere il perdono di Dio, ma uno spazio e un tempo offerti alla nostra libertà per provare a rimettersi in viaggio, un modo di ringraziarlo per un perdono gratuito.
Radunate il popolo
Il secondo imperativo è: radunate! Anche questo invito non è generico. Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne. Occorre impegnarsi in questa impresa di radunare il popolo, perché si è disperso e non sa più chi è e dove deve andare. È il compito dei profeti. Papa Francesco lo ritrovava nella figura straordinaria di Francesco di Assisi, aprendo l’enciclica Fratelli tutti, con parole capaci di illuminare la via di questi giorni confusi: In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti (FT 4).






